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Siamo fatti di parti PDF Stampa E-mail


di Zaira Di Mauro - Psicologa



Seguendo il modello Psicologico del conflitto intrapsichico, possiamo affermare che ognuno di noi sia costituito da parti. Pirandello, scrittore siciliano del novecento, diceva che siamo "uno, nessuno, centomila". Nella letteratura psicologica e filosofica, pullulano teorie sulla molteplicità di ruoli, per cui ognuno di noi è tante cose nello stesso tempo: genitore, figlio, professionista, amico, amante. Proviamo ad immaginare che questi ruoli, questi "centomila noi", siano parti che noi sentiamo nella nostra essenza esistenziale, come spinte energetiche distinte ognuna delle quali ha i suoi bisogni, i suoi riferimenti, i suoi oggetti del desiderio, le sue esigenze.

Nell'attività clinica mi capita giornalmente, costantemente, di incorrere in conflitti tra due o più parti, spesso contrapposte, dei miei pazienti.
In Gestalt, che è l'approccio terapeutico che ho sposato, si usa far dialogare le parti, per trovare una comunicazione tra loro, una forma di scambio, un compromesso costruttivo che dia uno stop alla guerra e faccia partire una collaborazione, per il bene autentico e profondo della persona.

E' possibile annusare un conflitto intrapsichico ogni volta che la persona dice: "una parte di me vorrebbe questo, ma poi ce n'è un'altra che...", oppure: "da un lato vorrei...ma dall'altro...", e frasi di questo tipo. A volte è più nascosto, e si cela dietro stati d'animo come il senso di colpa, o reazioni come gli attacchi di panico, e in generale nelle forme di "conversione" psicosomatica dell'emozione. Si potrebbe generalizzare, sostenendo che tutte le forme di sofferenza psichica in sostanza hanno alla base un conflitto tra parti, che può essere svelato gradatamente attraverso il percorso di psicoterapia: il compito della cura è appunto quello di circoscrivere, individuare e lavorare sulla conflittualità che porta l'individuo a sbilanciarsi su una componente di sé e soffocando l'altra o le altre. C.G.Jung, psicoanalista svizzero, definirebbe questa empasse "complesso", termine che facilmente viene usato nella quotidianità, intuendone il significato psicologico.

Come avviene questo dialogo?
Dopo aver individuato con precisione i contendenti (l'imprecisione può causare confusione), si utilizza uno degli strumenti cardine della Gestalt, la drammatizzazione. La persona interpretaa turno ognuna delle parti, e le fa parlare in prima persona, al presente: "io sono la parte x...". Il terapeuta ha il compito di guidare il lavoro, facendo in modo che la parte descriva se stessa, esprima ciò che sente, i propri bisogni, e parli con l'altra o le altre parti. In questo modo la persona entra in contatto con una sua verità parziale, che può essere così espressa con chiarezza e libertà, senza l'interferenza delle altre e senza giudizio.


Accadono cose straordinarie: ogni parte si manifesta nella sua interezza, con le sue ragioni, la sua dignità, la sua energia. Ogni sua affermazione è necessaria, importante per l'intero individuo, benché opposta all'altra o le altre. Mentre si identifica, la persona ascolta e apprende quanto ogni aspetto di sé sia fondamentale, ineliminabile, e si accorge che nessuna delle sue parti debba avere il predominio sulle altre, ma necessita un compromesso che consenta ad ognuna di avere il suo spazio e la sua espressione nella vita.

E' importante l'utilizzo degli strumenti materiali. F.Perls, il padre della Gestalt, trovò un sistema estremamenteefficace: ogni immedesimazione, deve avere una sua seduta (sedia, cuscino, altro), cioè per recitare ognuna delle parti, il paziente deve alzarsi e andarsi a sedere nella seduta a cui è stata data l'identità di una parte di sé, che diventerà simbolicamente il luogo della trasformazione. Una sedia per ogni personaggio; se le parti sono tante, le sedie possono ingombrare l'intera stanza: ma è fondamentale che ogni parte abbia la sua sedia. Questo perché già l'atto stesso di accomodarsi in un posto preciso, rappresentativo di un lato di noi, ci porta immediatamente a sentirlo, esserlo.


Coerentemente, la poltrona dove si accomoda normalmente il paziente durante le sedute, non deve essere coinvolta, in quanto rappresentativa della persona intera.

L'obiettivo, è che questi personaggi parlino, si ascoltino, si capiscano, si integrino. Non sempre è un processo facile, spesso è lento e faticoso, e non sempre ha subito successo. Tuttavia piano piano le parti possono riuscire ad integrarsi, darsi importanza reciproca, collaborare, e la persona trova il suo equilibrio dove nessun aspetto importante di sé sia messo da parte.


Mi capita spesso di lavorare sulle diverse età del paziente, qualora queste abbiano acquistato un significato diverso e conflittuale nella storia da lui raccontata. Di solito utilizzo i diversi spazi della stanza, ognuno dei quali rappresenta un'età.


Ricordo sempre con molta emozione l'esperienza con un giovane uomo, qualche anno fa (alcuni dettagli sono volutamente modificati, per mantenerne la irriconoscibilità). Allora aveva 32 anni. Ricordava poco del suo passato, salvo alcuni momenti cruciali, in parte rifiutati con violenza e in parte idealizzati. All'età di 5 anni si era sentito umiliato di fronte al comportamento di una sua insegnante; parlava con disprezzo, ma più per sé che per l'insegnante. Si accusava di non aver saputo reagire. I suoi genitori lo avevano mandato a scuola un anno in anticipo e faceva la prima elementare; era convinto di averli delusi, di non meritare le loro aspettative. A 13 anni una ragazza di cui lui era innamorato, lo lasciò per un amico in comune. Lui, disse, riuscì a "tenere la faccia impietrita e glaciale, nonostante la sofferenza, per non darle la soddisfazione" di vederlo star male. Di questo andò fiero e ne fece un'abitudine con tutte le donne della sua vita, con le quali si sentì sempre un vincente. All'età di 18 anni prese la maturità col massimo dei voti e la lode. Si sentiva potente, ma presto attraversò un periodo di forte depressione per cui non si iscrisse all'Università (come avrebbero voluto i suoi). A 21 anni trovò un lavoro fisso come impiegato, lavoro che viveva con forte senso di inferiorità, sostenendo che avrebbe potuto fare ben altro. A 24 anni decise di lasciare quel lavoro e iscriversi all'Università, che terminò con gloria a 29. Negli anni a seguire, trovò facilmente "il lavoro della vita, sempre desiderato", ma ciononostante non era mai riuscito a sentirsi veramente soddisfatto, fino a che ha iniziato a soffrire di crisi d'ansia e insonnia, motivo per cui era venuto da me.


Inizialmente, colpita dall'altalena di fatti da lui percepiti come positivi e negativi, ero stata tentata di lavorare sulle due parti contrapposte del (per usare le sue parole) vincente/perdente. Poi mi sono decisa a fare un lavoro più complesso sulle età, con risultati molto interessanti. Chiesi al bambino di 5 anni di parlarmi di lui, di cosa provava, di raccontarmi le sue ragioni. Lo chiesi anche all'adolescente abbandonato dalla ragazza, al diciottenne, e così via. Venne fuori l'interiorizzazione esasperata dell'ansia da prestazione verso i genitori, che si esprimeva ora con l'impegno massimo e l'orgoglio, ora nella rinuncia e nel crollo. Lavorammo sull'espressione della rabbia e sull'elaborazione della colpa. Dietro la rabbia, si svelò una profonda tristezza, che lo faceva sentire inadeguato e senza speranza di felicità, e tuttavia mascherato da "duro". Il lavoro sulle varie età, ognuna delle quali era una sua parte interiorizzata, si ridimensionò a due sole: la parte seria e costruttiva e la parte giocosa e leggera. Si accorse di non poter rinunciare a nessuna delle due, e iniziò a dare spazio ad entrambe, con la stessa importanza. Per far questo dovette superare le questioni irrisolte con i suoi genitori interni, giudicanti ed autoritari, e diventare adulto. Le crisi d'ansia sparirono, e una volta consolidata la sua autonomia, ci salutammo.