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Violazione del segreto professionale PDF Stampa E-mail

 

 

 




Gentile Dott.ssa,
le scrivo perché mi trovo in una situazione strana. Il mio ragazzo, col quale sto da sei mesi, soffre di depressione e da due anni fa terapia con uno psicologo. Lo stesso psicologo ha in cura anche la madre e il padre del mio ragazzo. Essendo totalmente "ignorante" in materia, e poiché il mio ragazzo mi ha sempre spiegato che ha iniziato ad aver problemi in seguito alla separazione dei suoi genitori, ho pensato che potesse essere "normale" che andassero tutti e tre dal medesimo terapista (pur facendo sedute individuali).
Dopo qualche mese che stavamo insieme, poiché era da parecchio tempo che anch'io avevo in mente di andare da uno psicologo per risolvere alcuni miei limiti, mi lascio convincere ad andare dallo stesso convinta anche che avrebbe potuto aiutarci, a livello di coppia, fare un percorso comune.
Io e il mio ragazzo non siamo mai andati insieme ma da quando vado, lo psicologo mi mette dubbi sul mio ragazzo raccontandomi cose anche della sua famiglia (es. che il padre è uno scambista, che sua madre è gelosa di qualsiasi rapporto che può avere il figlio ecc ...).
Ovviamente mi ha lasciata spiazzata questa cosa e ancor più sono caduta nello sconforto quando scopro che sta seguendo anche la ex del mio ragazzo.
Cosa devo fare?
Grazie mille,
cordiali saluti

 

 

 

Cara A.,

innanzitutto grazie per la tua preziosa lettera e grazie perché mi permetti di pubblicarla. E' una lettera che apre un capitolo della psicoterapia a dir poco fondamentale: il segreto.
Il segreto in psicoterapia è sacro. Sacro vuol dire che se viene rotto, è finita la psicoterapia. E' finito il senso della psicoterapia, la sua bellezza, la sua magia, la sua utilità. Uno psicoterapeuta che sbrodola fuori della stanza di lavoro, non è uno psicoterapeuta: è un volgare personaggio di una farsa di pessima qualità.
La sacralità è ciò che sta alla base del significato stesso. E' come il teatro: chi fa l'attore sa che non può fermarsi durante una rappresentazione per correre a fare pipì, non lo può fare, perché se lo facesse finirebbe il senso della rappresentazione stessa. A costo di crepare e di farsela addosso, ma deve continuare. La sacralità è qualcosa che abbiamo dentro; se non l'abbiamo, non l'avremo. Uno psicoterapeuta dovrà morire coi i segreti dei suoi pazienti. Non si tratta di un obbligo morale, non solo. Si tratta di un sentimento, di una scelta profonda, da sposare senza riserve, in un matrimonio felice e responsabile. Senza questo, è tutto finito, è finita la psicoterapia, è finita la speranza che il paziente possa incontrare qualcuno che sia davvero dalla sua parte, che non tradirà, di cui potrà avere fiducia fino alla fine del mondo.
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A me capita spesso di parlare di ciò che dicono e fanno i miei pazienti, per esempio ad altri pazienti, o quando tengo una lezione. Ogni volta che lo faccio il mio primo pensiero è, oltre ovviamente a tacere sul nome, se qualcuno dei presenti possa conoscere e dunque arrivare al paziente attraverso i miei racconti, e in ogni caso trasformo alcuni dettagli in modo da renderlo irriconoscibile. Quando parlo con colleghi che possano conoscerlo, ed è risaputo che tra colleghi il segreto professionale decade, tengo per me i dettagli che so che il paziente non vorrebbe mai venissero detti, perché persino lui ha vergogna di averli detti a se stesso.
Non dico mai: "Quello è un mio paziente", e quando tra pazienti si conoscono tra loro non parlo mai all'uno dell'altro. Da me non sapranno mai nulla, neppure se continuano o hanno finito la terapia. Se vorranno, tra di loro potranno raccontarsi ogni dettaglio.
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Infine: da quando in qua lo stesso terapeuta riceve individualmente tutta la famiglia, fidanzata compresa? un collega formato in psicoterapia dovrebbe saperlo che  si creerebbero delle dinamiche impossibili da gestire, delle fantasie ingovernabili da parte dei pazienti, alleanze fantasmatiche, complotti fantasmatici, amori fantasmatici, e via dicendo. Io francamente faccio fatica a prendere in cura due amici molto intimi, e comunque prima di farlo mi accerto molto accuratamente non vi siano complicazioni emotive, a volte difficilissime da stanare.
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Dal tuo racconto però non emerge soltanto una scelta discutibile, ma una gravissima violazione del codice deontologico, per cui il collega, chiunque esso sia, oltre che un calcio nel sedere, meriterebbe una denuncia all'Albo degli Psicologi. Ciò che ha fatto va oltre la desacralizzazione del setting. Ha creato un danno. A te, alla famiglia del tuo fidanzato, al tuo fidanzato, a voi due. Ha creato un danno alla tua capacità di fidarti, alla tua immagine di psicoterapia, all'immagine che hai del tuo fidanzato e della sua famiglia. E le immagini sono indelebili, non ce ne liberiamo facilmente, non sono come gesso, cancellabili, restano lì, a tormentarci.
La psicoterapia, la psicoanalisi, non sono questa roba. Sono altro. Sono sacre. Umane certo, umane come umano è il sacro. Si può sbagliare, come tutte le cose umane, e l'errore sarà considerato all'interno della relazione come parte della vita, inevitabile, a volte perdonabile, a volte addirittura utile.
Ma l'errore di uno psicoterapeuta non può prescindere dal senso che ha lo psicoterapeuta nella vita di un paziente, dalla sua influenza, dalla suggestionabilità di quello che fa. Un paziente non si può difendere facilmente come farebbe con un mascalzone nella sua quotidianità, perché in cura un individuo non arriva armato, arriva quasi sempre a mani vuote, ha bisogno di fidarsi, di affidarsi. E se noi lo avveleniamo siamo dei criminali senza perdono, nessun carcere può redimerci.
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La mia posizione è netta e senza misure, il collega che ti ha seguita, per me, è un criminale senza perdono.
Ha ucciso la psicoterapia.
Chiunque violi il segreto è un criminale senza perdono.
Ti auguro di trovare qualcuno a cui affidarti senza paura di essere avvelenata.
Un caro saluto.
 

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