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Una quiete impossibile PDF Stampa E-mail

 

 

Gentile dottoressa buongiorno,

Ho 45 anni e vivo una situazione sgradevole praticamente da sempre.

Mi permetta di farle un breve sunto della mia vita : sono sempre stato troppo sensibile, facile da ferire e facile da manipolare,in balia continua dei giudizi altrui, troppo pavido per oppormi e troppo bisognoso delle altrui attenzioni, l’unica strategia messa in atto e che ricorre costantemente nella mia vita è il il rinchiudermi in me stesso ed isolarmi, con il risultato di slegarmi a poco a poco dal mondo reale e dal contesto in genere, con le conseguenze che può immaginare.

La mia vita sociale è stata costellata di bulli e prepotenze, che immagino aver in buona parte causato io con il mio comportamento. Comunque sia il risultato è stato una progressiva fobia sociale, infatti nel tempo libero tendo a restare solo con i miei amici di lunga data, sul lavoro devo purtroppo sopportare un ambiente costantemente ostile. Spesso sono pieno di rabbia e quando sono solo la devo sfogare distruggendo qualcosa, soprattutto qualcosa che mi è caro, in quei momenti mi odio per il codardo che sono. Dell'ambito sentimental-sessuale possiamo anche evitare di parlare ovviamente, in quanto nessuna donna si è mai affacciata nella mia vita.

Ho già affrontato due terapie psicologiche durate qualche anno che non hanno portato alcun beneficio.

L'altra sera è successo qualcosa che ha scatenato l'ennesima depressione che ora sto vivendo e che, in parte, mi ha spinto a scrivere : i miei amici volevano presentarmi una ragazza, allora si è organizzato un ritrovo in un locale, come può immaginare non sono occasioni che mi capitano tanto spesso, anzi non mi capitano mai. Sapendolo ero già teso da una settimana, non avendo esperienza non sapevo come comportarmi, cosa fare o dire.

Pochi attimi prima che lei arrivasse ho deciso di tornare a casa. Mandando in fumo tutto.

Vivo ora una sensazione strana, sono pieno di odio verso me stesso, per le mie paure, per le mie fobie che costantemente trasformano i miei desideri in sogni senza speranza; inoltre sento paradossalmente che è giusto così, che io mi merito tutto quello che mi capita e che comunque non averla conosciuta significa semplicemente aver evitato di rovinarle la serata; dopotutto da tempo sono convinto che una donna si vergognerebbe ad uscire con un pavido come me.

Ho cercato comunque in questi giorni di razionalizzare e definire la mia situazione e questo è il motivo vero di questa lettera.

Ciò che vorrei veramente è semplicemente un consiglio su come vivere la mia situazione con maggiore serenità, in modo da minimizzare la rabbia e il dolore che provo, insomma in modo da raggiungere una qualche forma di tranquillità. Non chiedo altro e trovo inutile porsi obbiettivi più elevati ma irraggiungibili. Prima di rispondermi, se vorrà farlo, la invito a considerare che il mio vero obiettivo è , soprattutto in questo periodo di crisi, mantenere il lavoro che ho. Se minimizzo la mia rabbia non rischio di mostrarla in ambito lavorativo. Per quanto riguarda il resto, dopo due terapie fallite, non mi faccio più illusioni; insomma non se ne preoccupi: oramai ho deciso di accettarmi così, senza altre pretese.


Distinti Saluti


C.

 

 

 

 

 

 

 

Hai ragione, credo tu possa puntare a trovare un sistema per tener buono il tuo lavoro, non di più.

Sai perché?
Perché, per quanto ti possa sembrare assurdo, è quello che vuoi. Sei nella situazione che in fondo vuoi. Perché ti posso assicurare che siamo sempre nella situazione che in fondo vogliamo. Dico in fondo, non consapevolmente, è chiaro. Crediamo di esser vittime di chissà quale maleficio, ed in realtà siamo protagonisti della nostra vita.
Nel tuo caso hai sempre preferito la fuga, piuttosto che affrontare le cose della vita. O meglio, le hai affrontate a modo tuo, appunto con la fuga. Non c'è giudizio né condanna; è così.
La cosa che però mi irrita nel tuo discorso è questo eccessivo sproloquio su te stesso: troppa critica, troppo vittimismo, troppo denigrarti. E' un modo strano di non prendere davvero contatto con la scelta che abbiamo fatto. Se ti guardi allo specchio vedi l'uomo che sei, al di là del tuo giudizio inutile su te stesso. Con le sue difficoltà, il suo modo di arrangiarsi in questo mondo difficile, come tutti. Non c'è il pavido né il fuggitivo, queste sono cose che ti dici per dare un qualche senso alla tua vita, seppur oscuro.
L'ho scritto in altre lettere: la tua è una forma di narcisismo. Un narcisismo che lavora al contrario, facendoti sentire il re della viltà. Non sei un re, tutti siamo vili e tutti siamo maldestri. Scommetto che sentire ridimensionare il tuo fallimento ti fa ribellare. Certo, hai impiegato una vita a fallire più degli altri. Come puoi oggi conoscere una donna e innamorarti? cosa ne sarebbe della tua vita passata? sarebbe una vita trascorsa senza senso, senso che invece adesso ha: il senso della disperazione.
Caro C., quando qualcuno decide di andare in psicoterapia è mosso da due cose: la prima è il desiderio di cambiare, la seconda è il desiderio di restare uguale. Chi fa fallire anche la terapia non fa che aggiungere un ulteriore trofeo ai suoi altri fallimenti, confermando che il cambiamento è impossibile. Così la terapia ha svolto la seconda funzione, che è quella sbagliata, quella che sotterraneamente porta il paziente a spendere soldi per dare ancora una volta la colpa a qualcuno o a  qualcosa della sua infelicità.
Dirai tu: ma io non do la colpa a nient'altro che a me stesso. Di male in peggio, ti dico io, perché dietro questa colpa c'è un fato maledetto che ti ha condannato ad essere un disperato senza possibilità di salvezza. Ed ecco che ancora la colpa è di qualcos'altro, più trascendente, meno concreta: peggio che mai.

Perdonami se sono dura. Lo sono perché vorrei farti capire quanto siano subdoli i nostri modi per essere infelici, per rinunciare alla vita, per soccombere alla paura.
Non credo affatto tu non abbia speranze di cambiamento, e ancor meno pernso tu debba addormentarti in questo torpore senza vita.
Credo però che tu possa essere così pigro da lasciar perdere la tua vita.
Almeno, se proprio non puoi che vivere così, nella rinuncia, cerca almeno di godertela, anche il dolore ha la sua bellezza.

 

 

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