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Storia di un...pazzo? PDF Stampa E-mail

 

 

 

 





Allora,  da dove iniziare? Proverò a ricordare tutta la mia vita o almeno quello che dovrebbe essere importante.


Sono nato un po' di anni fa da genitori già “anziani” ma buoni e pieni d’amore. Non ero il primogenito ma l’ultimo arrivato (ma fu come essere figlio unico) e per questo sono stato assai coccolato. La mia famiglia è piccola o, meglio, i due ceppi familiari a cui appartengo non hanno fatto parte della mia infanzia.


Alle scuole elementari finii in una classe d’elite (se così si può dire per una cittadina di provincia) con i figli degli avvocati, dei medici e dei politici che mi fecero capire assai velocemente che loro erano qualcuno ed io un emerito carneade. A dire il vero, da questi complessi di inferiorità contribuì mia madre che parlava sempre degli “altri” e che dovevo essere buono e bravo come gli altri.


Il suo amore era ed è tutt’ora asfissiante ma è piena di preoccupazioni e teme che il mondo possa farmi del male. Lei ama noi figli e le persone che la circondano più di se stessa, trascurandosi pur di servire ed aiutare gli altri.

Era bella la mamma da giovane e buona. Scelse mio padre pur essendo lui più povero di lei (non che il nonne fosse ricco) ed anche con una scolarizzazione inferiore, ma lo scelse perché papà è una persona davvero buona.

Io da piccolo mi vergognavo dell’umile lavoro di mio padre e non dicevo a nessuno cosa facesse. Perché poi? Era onesto e buono, stimato da tutti coloro che lo conoscevano per la sua integrità e dedizione al lavoro. Ma io mi sentivo inferiore perché percepivo la ricchezza ostenta dagli altri e mi sentivo povero (ma alla fine non mi mancava nulla se non il superfluo).


Già da bambino ero grasso. Chi mi voleva bene mi diceva che ero bello e non ero grasso, ma la classe non mentiva. Le bambine mi ignoravano e i bambini mi disprezzavano (o ero io a sentirmi disprezzato?) e non ero io il bimbo che veniva invitato a giocare dai compagni o a cui le bambine davano i bacetti sulla guancia. Tuttavia ero bravo a scuola perché ricordavo tutto ciò che era  detto dalla maestra.


Passarono gli anni e la mia pancia cresceva (così come il fiatone) ed arrivai in prima media. E, lì, si scatenò l’inferno.

Mi iscrissi alla scuola media ma giunti lì finii nuovamente da parte e divenni nuovamente oggetto di scherno. Dopo poco tempo cambiai.


Se quella scuola era l’inferno, quella nuova in cui finii non era meglio ma ad ogni modo diversa.

Non ero più con i figli della buona borghesia cittadina ma con ciò che era considerato il peggio che potesse esistere nel paese. Effettivamente erano il peggio, non per la povertà materiale ma per il degrado morale che già li contraddistingueva già da ragazzini.


Io come mi trovavo? In parte male e in parte bene. Male perché ero come sempre grasso e timido, ma bene perché lì – per loro – valevo qualcosa; ero bravo e ai loro occhi senza problemi economici. Eppure quell’ambiente fu forse devastante.

I miei nuovi compagni di classe erano già svegli sessualmente e velocemente mi fecero aprire gli occhi. Mi spiegarono ogni cosa e mi fecero vedere le prime pubblicazioni pornografiche e soprattutto assistetti in classe a scene di sesso. Le ragazzine che c’erano in classe non erano molto diverse dai maschi ed erano molto disponibili. Ma non per me.


Non erano disponibili loro con me o ero io bloccato? Probabilmente la seconda con il senno del poi. Erano disponibili con tutti, si facevano toccare dappertutto dicendo di no ma mettendosi loro in mezzo ai ragazzi appositamente. Una diceva sempre di no ma era quella volontariamente che poi masturbava alcuni compagni in classe ed una volta si chiuse con un ragazzo nel bagno della scuola. Ed io cosa facevo in tutto ciò? Io non facevo nulla. Non le palpeggiai mai forse perché dicevano di “no” e questo mi inibiva, anche se in realtà essere palpeggiate era ciò che desideravano.


Perché non le palpeggiavo? Probabilmente perché avevo paura di essere respinto sul serio, o forse per l’educazione puritana avuta in famiglia o forse per timidezza e vergogna (vergogna e pudore).

Alla fine iniziai a pensare di essere gay, perché se non ci provavo con delle ragazze che erano il massimo della disponibilità dovevo essere gay (i compagni alla fine mi ripetevano questo). E giunsero le fantasie omoerotiche che iniziaro a far compagnia a quelle etero. Divenni estremamente curioso e iniziai a navigare su internet (strano a dirsi ma i miei genitori benché anziani usavano e compravano dei computer) su siti pornografici ed iniziai a vedere all’inizio solo immagini e filmati etero o lesbo. Tuttavia, al di fuori, negavo tutto anche con i compagni di scuola, che non mi avrebbero giudicato male se avessi detto che anche io mi masturbavo ma anzi mi avrebbero giudicato uno normale, come loro.


E continuai questa finzione per anni, incapace di ammettere questa mania a me stesso e agli altri, fino a quando non divenne ridicolo ed insostenibile continuare con questa bugia.

E finalmente giunsi in prima liceo e ritornai nell’elite da cui ero scappato.

Lì rinacquero i miei problemi di insicurezza sociale poiché sapevo di essere più povero di loro, con un padre non molto istruito e avevo paura di essere rigettato e divenire lo zimbello della classe. E divenni duro. Mi chiusi definitivamente al mondo.

Ero bravo in classe. Odiavo stare in classe, avrei voluto solo essere amato, baciare quella ragazzina mora seduta avanti, prenderla per mano e abbracciarla. Divenni dipendente dalla pornografia. Tuttavia trovai un amico a cui mi appoggiai per avere un minimo di vita sociale e a cui per la prima volta dissi che anche io ero come gli altri, che anche io mi masturbavo.


Gli anni passarono ed io diventai sempre più grasso e sempre più solo e arido. Avevo un disperato bisogno di essere amato ma non avevo nessuno, ero come la terra dopo un lungo periodo di siccità. Pieno di spaccature.

Fu dopo tre anni che le fantasie omoerotiche divennero più forti e insistenti. Alla fine assuefatto alla pornografia eterosessuale iniziai a navigare su quella gay (eppure a me gli uomini non piacevano fisicamente, li trovavo indifferenti). Era vizio da cui non riuscivo a uscire. I pensieri divennero sempre più forti.


Iniziai a provare strani modi di masturbarmi (era ormai diventato una necessità), degradanti (purtroppo ancora adesso quando sono sconfortato e depresso al massimo questi pensieri mi attaccano anche se riesco a resistere dal cadervi). Divenni anche dipendente dalle chat.

Alla fine scoppiai. Non volevo essere gay e quelle fantasie mi disturbavano e divenni incapace di fingere di stare bene (in verità sono un grande dissimulatore di quello che ho veramente nella testa e che ritengo importante, per il resto invece non so dire neanche una piccola stronzata). Mio padre (il mio buon padre) mi disse di andare da uno psichiatra perché erano problemi psicologici.

A lui dissi qualcosa ma non tutto, dicendogli che il pensiero di essere gay mi ossessionava ma io non volevo esserlo. Lui mi diagnosticò un disturbo ossessivo-compulsivo. All’inizio non gli credetti ma poi iniziai a leggere qualcosa sul disturbo psichiatrico ed effettivamente avevo quei sintomi. Mi convinsi che era quello il mio problema. Rimanevo grasso.


Passò il tempo, andavo dallo psichiatra e stavo bene per qualche giorno e poi stavo di nuovo male finchè un giorno mi dimenticai che avevo la visita dallo psichiatra. Smisi di essere ossessionato da quei pensieri, o almeno li controllavo e non mi facevano soffrire.

Dimagrii molto, anzi ero magro anche se non tonico. Riuscivo a mettere la 46 ma io mi vedevo grasso comuqnue e non riuscii a provarci con alcuna ragazza.

Passò l’esame del liceo e finalmente andai in vacanza da solo; non che combinassi molto in vacanza, ma poi incontrai una ragazza, ci uscii, ci limonai e feci quello che si dice petting abbastanza spinto. Lei era sorpresa dalla mia foga, io no. Erano anni che mi controllavo. Ad ogni modo non andai oltre al petting, perché lei non voleva.


Iniziai l’università, finalmente lontano da casa e dalla presenza oppressiva di mia madre, ma le cose non migliorarono come sperai ma peggiorarono. Mi chiusi in me stesso, non comprendevo i segnali di interesse che alcune ragazze mi mandavano e mi dannavo l’anima perché non riuscivo a combinare nulla. Ritornai ad essere più grasso di prima.

Anche qui iniziai a soffrire di disturbi depressi e ossessivo-compulsivi, con quelle fantasie che tornavano e a cui spesso cedevo, per poi sentirmi peggio di prima il giorno dopo. Volevo una ragazza che mi amasse mi stesse affianco, volevo fare sesso, volevo essere come gli altri ma invece ero sempre più solo. Passò il tempo e i miei rendimenti iniziarono a peggiorare. Non che andassi male, ma non riuscivo più a prendere 30 ad ogni esame. Per questo stavo male ma stavo male ancora di più per la solitudine. Continuai ad essere chiuso.


Passarono gli anni ed erano uno simile all’altro con ogni giorno che diventava sempre più difficile da affrontare perché mi sembrava di essere legato al supplizio di Sisifo. Desiderai tanto la morte. Non mi feci mai del male perché ero e sono credente. La religione mi ha trattenuto perché se fossi stato ateo, forse mi sarei gettato da un ponte.

Gli anni passavano, io non facevo nulla per migliorare ma speravo prima o poi di dimagrire e di “fare i soldi” dopo l’università (la mia continua ossessione per il denaro).

Finì anche l’Università e fui fortunato a trovare lavoro (non quello che speravo ma comunque un lavoro). Passarono i mesi e poi la incontrai. Rimasi incantato e meravigliato e trovai la forza di rivolgerle la parola e lei mi rispondeva. Ci uscivo ma non riuscivo a baciarla e a provarci, eppure erano chiari i segnali che ormai non le dispiacevo ma io mi sentivo inadatto. Migliorò anche il rendimento a lavoro. Lei tuttavia si stancò della mia indecisione. Morii dal dolore e cercai di far finta che quella era una fantasia pallida e lontana. Scoprii invece che lei per un po’ di tempo aveva detto che si vedeva con me. Mi mangiai le mani.


Ricaddi in una fortissima depressione e andai dallo psichiatra che iniziò a darmi delle medicine per il morale e per superare la mia timidezza. Non superai la timidezza, ma almeno ero stordito. Lasciai il lavoro, andai con una prostituta per fare sesso (ma non servì a stare meglio) e, disperato, mi chiusi in casa per molto tempo. Alla fine abbandonai la cura e mi ripiegai su me stesso.

Cambiammo città con i miei genitori e mi mandarono da un nuovo psichiatra (o forse glielo chiesi io); aveva un grande studio con molti collaboratori. Accennai qualche mio problema e mi disse di stare tranquillo e chiese ad una sua collaboratrice di seguirmi. Trovai la forza di aprirmi e iniziai a raccontarle qualcosa e c’era un po’ di “affiatamento” medico/paziente, anche se era difficile confessare alcune cose ad una donna. Le confessai che avevo sofferto di disturbi ossessivo-compulsivi, ero incapace con le ragazze, che non avevo mai avuto storie. All’inizio stavo bene.


Dopo tre anni stetti di nuovo male e ricaddi nella frequentazione della prostituta (anche se ciò non mi faceva sentire meglio ma peggio) ma a lei non dissi nulla.

Ho realizzato un attaccamento alla dottoressa, quasi una dipendenza. Vorrei anche farci sesso perché è così bella, ma sono solo fantasie. Quando mi dice qualcosa per tirarmi su di morale mi sento meglio.

Ad oggi tuttavia non sono guarito. Quanto ho invidiato quel compagno di corso all’università che era gay ma felice, amato e ben voluto da tutti.


Ora ho conosciuto una donna sposata con cui ho una forte complicità,  con cui ci baciamo e usciamo spesso. Non capisco, sono perplesso. E’ come se le interessassi ma lei è sposata e non penso sia infelice con il marito. Forse vuole solo un amico ed io sto fraintendendo.


Cosa posso fare dottoressa? Io non ho il coraggio di dire queste cose a quella che mi ha in cura. Come fare?

Non riuscirei a guardarla più in faccia a raccontarle la cloaca umana che sono.


Cambio medico? Quanto dura una terapia? Sono ormai molti anni che vado lì. Io ho fretta di guarire ma non so quanto sia il tempo minimo per riuscirci; se almeno avessi dei riferimenti temporali forse riuscirei ad essere meno impaziente.

Ha mai sentito una storia schifosa come la mia? Penso di essere una delle persone più strane d’Italia. Cosa devo fare?

F.




Sarò franca e diretta, come d'altronde sono sempre.
Penso che tu la faccia tanto tanto tanto lunga.
Penso che sia alquanto presuntuoso credere di essere una delle persone più strane d'Italia. E perché non del mondo?
Ti definisci addirittura una "cloaca". Non ti sembra di esagerare? C'è qualcosa di profondamente irritante, l'esagerazione di un'identità negativa: come se non potendo essere il re del successo, quantomeno tu possa essere il re delle fogne.

Scrivi: "trovai un amico a cui mi appoggiai per avere un minimo di vita sociale e a cui per la prima volta dissi che anche io ero come gli altri, che anche io mi masturbavo".
Sai cosa si capisce da questa frase? Che per te è stato molto difficile ammettere di essere normale. Già, normale, che cosa orribile, vero? La normalità...peggio che morire. Cosa ne sarebbe di te senza il dosprezzo, la vergogna e il dolore? chi saresti?

Da come scrivi capisco che sei suffucientemente intelligente e "acculturato" da capire ciò che ti sto dicendo.
Se la giovane e bella terapeuta ti serve per non affrontare le tue questioni, questo devi saperlo.
E ti dirò di più: se non capisci quello che sto cercando di dirti, allora persevera pure nel tuo asfissiante vittimismo, perché vuol dire che di cambiare vita non ne hai alcuna intenzione.

Penso che tu debba andare a fondo, davvero davvero a fondo. Capire chi stai punendo attraverso la tua autodistruzione, perché, come.
Penso che tu debba smetterla immediatamente di utilizzare questa terminologia volgare e adolescenziale nei tuoi confronti; penso che tu debba prenderti veramente, e non con la teatralità della vittima, le tue responsabilità sulla tua vita. partendo dalla considerazione fondamentale che ogni cosa che hai fatto nella tua vita l'hai voluta, non subita.
E perché diavolo l'hai voluta? sai rispondere a questa domanda? perché sei una cloaca? Ti prego, non dirlo. Abbi rispetto della mia e della tua intelligenza, e anche di quella dei lettori, che probabilmente adesso rispetto a come parli di te vivono lo stesso fastidio.

Sei narcisista quanto e più dei tuoi compagni superbi e pieni di soldi. Loro almeno sono in armonia con la loro prepotenza; tu invece ti nascondi dietro una presunta pazzia che non esiste.

Alzati le maniche, mettiti abiti comodi e cerca di impegnarti seriamente, perché ti aspetta un duro lavoro su di te. Lascia perdere la psichiatria e accogli il tuo dolore come qualcosa che ti parla di te, chiedendoti aiuto, e non come un trofeo per sentirti speciale.

Non credere che non capisca la tua sofferenza, e non abbia compassione per le tue difficoltà, accumulate ed incancrenite nel tempo. Non crederlo neanche per un istante. Ho scelto questo lavoro proprio perché il dolore lo rispetto fino all'osso, lo conosco, lo accolgo, lo vivo con dignità, e scelgo di dare ogni giorno una possibilità al dolore dei miei pazienti di trasformarsi in qualcosa di dignitoso e alto anche per loro. Soprattutto perché, nella vita, in questa incantevole vita, non c'è solo dolore.
A buon intenditore, poche parole.
A cattivo intenditore...non c'è parola che possa aiutarlo.

Infiniti sinceri auguri.
 

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