Basic Joomla Menu

Segreto professionale infranto PDF Stampa E-mail

 

 

Gentile dottoressa, a volte mi sembra di vivere un film o in una condizione kafkiana.

Ho seguito 7 diverse psicoterapeute e con quasi tutte è finita in modo traumatico.

Le dico solo l'ultima. Terapeuta ad indirizzo cognitivo-comportamentale: il percorso per circa 2 anni andava benino, ma ad un tratto la mia terapeuta è andata a riferire (chiaramente senza il mio consenso) al marito di una sua ex paziente cose che io avevo detto in terapia. Questo tizio, che io non ho mai conosciuto, non sò come o forse per vie massoniche o altro (vive a 100 km dalla mia città e forse perchè deluso dai risultati avuti per sua moglie) ha riferito a miei amici cose che io avevo detto in terapia. I miei amici, che frequento da 10 anni, in alcuni discorsi mi hanno detto proprio parole che avevo detto io in terapia, insomma sono stato deriso... ho quindi interrotto la terapia senza dare spiegazioni, e nè lei mi ha più telefonato o inviato mail di chiarimenti. Mi sento amareggiato dopo tutti i soldi che cacciato!
F.




Caro F.,
quello che ti è successo è spiacevole e infatti mi spiace. Ti sembrerà curioso, anche a me è successa una cosa simile tanti anni fa.

La deontologia ed il segreto professionale sono cose serie, e solitamente sono prese appunto seriamente. Talvolta può capitare, proprio perché ci si sente protetti da situazioni di lontananza, per cui sembra davvero inverosimile una situazione di fuga di notizie, di parlare di un paziente, omettendo nome e connotazioni riconoscibili. E' una cosa che si può comprendere umanamente: il bisogno a volte di sdrammatizzare situazioni impegnative, o alleggerire certi carichi.
Io stessa, in seduta o nell'insegnamento, prendo spesso ad esempio racconti su me stessa come su pazienti, trasformando qualche dettaglio o invertendo il sesso. E' una cosa normale; lo si fa anche all'Università o nelle Scuole, quando si trattano dei casi clinici.

La cosa fondamentale che non hai scritto, per dirimere la gravità della cosa, è se la tua terapeuta ha detto o meno il tuo nome, e a fatto o meno qualcosa per nascondere la tua identità.
C'è una differenza enorme: nel caso in cui la tua identità fosse espressa, il suo sarebbe un grave errore (o dolo) deontologico e avresti tutto il diritto di fare qualsiasi  rimostranza. Nell'altro caso, cioè se le voci sono arrivate a te senza che i tuoi amici sapessero si trattasse di te, allora secondo il mio parere è da considerarsi una corcostanza spiacevole, ma non grave. Ciò che era accaduto a me apparteneva a questo tipo di "incidente".

In entrambe i casi ho un consiglio per te: parlarne con la tua ex psicoterapeuta. Nella condizione peggiore, ovvero se il tuo nome è uscito dalla stanza di terapia, basta (e avanza) una telefonata in cui tu possa esprimere la tua rabbia, che altrimenti resterebbe dentro di te a vagare senza una meta precisa. Altrimenti, se la tua terapeuta non ha fatto errori deontologici, lo "sfogo" potrebbe anche avvenire in seduta, e acquisire dignità nella relazione transferale (anche se cognitivo-comportamentista: nessuna relazione terapeuta-paziente è libera dal transfert!).

In ogni modo, comunque, non arrenderti e non rinunciare a chiedere l'aiuto che ti serve.
Non è escluo che qualche cosa di inonsapevole lavori sotterraneamente per farti fallire le terapie. Non mollare, finché non troverai il tuo giusto posto.

Un mondo di auguri.
 

Menu Principale