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Relazione psicoterapeuta-paziente PDF Stampa E-mail




Gentile Dottoressa,
ho trovato per caso la sua pagina internet e, leggendo le risposte alle domande a cui è sottoposta, vi ho trovato molta delicatezza e amore per quello che fa.
Volevo porle una questione: la relazione medico-paziente.
Sono in psicoterapia e mi chiedo sempre quanto incida il controtransfert nella vita di un medico.
Mi chiedo quanto sia difficile, per il terapeuta, non mostrare troppo i propri sentimenti seppur sani e di semplice affetto.
Noi pazienti il più delle volte lo facciamo, come nel mio caso, a lui voglio molto bene. Il distacco alla fine della terapia fa male anche al terapeuta? Alla fine della terapia il terapeuta considera sempre paziente colui che ha avuto in cura, oppure c'è la possibilità che si instauri una relazione amichevole basata sul semplice affetto ? Spero di aver posto in modo chiaro le mie domande e perdoni la mia curiosità su ciò che riguarda voi terapeuti, ma trovo tanto complesso è difficile il vostro lavoro
Con affetto
P.


p

Innanzitutto, grazie per quello che mi dice. Il mio è un lavoro particolare, che fatto senza passione fa ammalare tutti, compreso il professionista.
Dicendo questo, anticipo un po' la mia risposta. La sua è una bella questione. articolata e controversa. Ogni orientamento psicoterapeutico ha la sua posizione specifica in merito al controtransfert; semplificando, per alcuni è un ostacolo, per altri uno strumento da utilizzre nel lavoro, per altri ancora non esistecome problema.
In qusi tutte le scuole di specializzazione, è previsto un intenso lavoro su se stessi, affinché il futuro psicoterapeuta impari a gestire le conseguenze di una relazione delicatissima come quella tra lui e il paziente. Non solo le proprie questioni personali non devono inquinare il lavoro, ma anche le faccene di controtransfert non devono ubnubilare la qualità della presenza del terapeuta.
Un esempio classico: se un paziente arriva costantemente in ritardo, il terapeuta ne prenderà atto non come questione personale, ma come elemento su cui lavorare insieme al paziente: cosa vuol dire per lui arrivare sempre in ritardo? La durata della seduta rimarrà comunque la stessa e il terapeuta non cambierà i suoi orari adattandosi al ritardo, per cui la questione non avrà motivo di invadere gli interessi diretti del professionista.
Tuttavia, in questa circostanza possono intervenire fattori di controtransfert, essendo il terapeuta un uommo con le sue debolezze. Per esempio, potrebbe fare fantasie di abbandono. Il punto è che ogni psicoterapeuta ha il dovere di conoscere il più possibile, e monitorare continuamente, le proprie questioni personali, affinché gli possa riuscire di impedire alle proprie questioni di entrare distruttivamentedentro la relazione con l'altro.
Qui si apre la controversia. Per alcuni approcci il controtransfert è esclusivamente un ostacolo da arginare. Per altri,, ben monitorato, può essere una fonte informativa: ad esempio, la rabbia che io provo per questo paziente mi dà informazioni aggiuntive sui processi sotterranei della relazione di cui magari non ho consapevolezza immediata, a condizione che io sappia darle voce al di là delle mie insicurezze allaganti.
Le cose non sono diverse rispetto all'affettività. Pensare che il terapeuta non sviluppi dei sentimenti o delle emozioni relativamente al paziente è utopico. La neutralità è una favola che lasciamo agli extraterrestri. Un paziente può scatenare forti (o eboli) simpatie, antipatie, può attirare proiezioni positive o negative, ricordi, fantasie, anche erotiche o affettive.
Il punto è: si possono esprimere?
La risposta: si può fare tutto, a condizione che sia utile al lavoro e non infici la qualità della relazione e del lavoro stesso.
Il terapeuta ha il compito i moitorare ogni dettaglio, affinché non vi siano elementi che possano inquinare il delicato equilibrio di un rapporto altrettanto delicato. Lo psicoterapeuta non deve mettersi in gioco come persona, non può soddisfare i propri bisogni affettivi, a meno che la messa in gioco egli stessi non possa aiutare nel lavoro, o quantomeno non lo ostacoli.
Rispetto al mio approccio e al mio stile personale, io mi consento sincerità, che poi immediatamente rilancio come strumento di lavoro. In taluni casi non ho nascosto il mio coinvolgimento affettivo, come a mia preoccupazione, il mio fastidio, il mio affetto, ma sempre e comunque per un obiettivo terapeutico a guida di tutto quello che faccio.
Una questione un po' più problematica è quella erotica. Nel caso di un coinvolgimento di carattere sessuale, la sincerità, o addirittura la continuazione della cura, possonno essere messe in discussione. Purtroppo l'ttrazione sessuale, a certi livelli, è davvero molto difficile da monitorare, e le uestioni personali diventano invadenti in modo catastrofico.
Se tuttavia a sentirsi coinvolto è solo il paziente, in quel caso, be'...sul transfert si basa tutto il nostro lavoro, compreso il transfert erotico.
E' chiaro che alla fine di una terapia, ognuno potrà fare quello che vuole, compreso, se accade autenticamente, instaurare una bella amicizia o un...grande amore.
Spero di avere risposto.
Buon lavoro personale, buona avventura.

 

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