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Psicoterapia individuale dei coniugi dallo stesso psicoterapeuta? PDF Stampa E-mail





Gentile Dott.ssa Di Mauro, sono una mamma di 37 anni di 2 bimbi, uno di quasi 3 anni e l'alta di 8 mesi, da quando abbiamo cercato la seconda bimba mio marito di 38 anni ha iniziato ad avere difficoltà inizialmente di eiaculazione precoce poi talvolta di erezione che aveva avuto in passato a inizio fidanzamento ma che poi parevano risolti insieme; io stavo svolgendo già dalla nascita del primo bimbo una psicoterapia biosistemica su me stessa e parlando con la terapeuta mi ha consigliato di far intraprendere lo stesso percorso anche a mio marito, ma la cosa che mi è parsa strana è che ha detto che poteva fare terapia
individuale e ad entrambi lei stessa. Io sono una pedagogista e so qualcosa anche in merito alle psicoterapie, mi pareva non fosse deontologicamente corretto e portasse a risultati anche talvolta pericolosi per la coppia, ma mi sono fidata cecamente ed abbiamo da un anno intrapreso il percorso io e mio marito individualmente.

Devo dire che nutro grossi dubbi ogni giorno di più su
questa scelta, non vorrei fosse stata dettata dall'avere un paziente in più e uno stipendio mensile più ricco, soprattutto per una giovane psicoterapeuta che ha pochi pazienti. Dico anche questo perché noto che in me si sono sviluppate rabbia e risentimento per un senso di esclusione e preferenza nei riguardi di mio marito che lei mi pare giudichi più debole e bisognoso, e un atteggiamento non più così empatico e comprensivo nei miei confronti.

Sono arrabbiata, e anche indecisa sul da farsi visto che quando le ho detto che dopo 2 anni mi sembrava di aver compreso già le cose che dovevo comprendere, lei mi ha
consigliato di non smettere perché avevo ancora, a suo parere, bisogno dei questo appoggio da lei. Cosa mi consiglia di fare? E soprattutto mi può indicare cosa per legge è consentito fare ad uno psicoterapeuta, può fare quello che ci sta facendo a me mio marito e i miei bimbi?
La ringrazio cordialmente e resto in attesa
una mamma



Il motivo per cui è preferibile non prendere in cura individuale due persone affettivamente molto vicine è prprio per evitare che organo problematihe come quelle che sta vivendo lei: senso di esclusione, preferenza, fantasie transferali di ogni tipo.
La questione non è legale, ma deontologica; non ci sono né sanzioni né disposizioni penali né simili, la faccenda ha a che fare con alcune precauzioni fondamentali discusse e accettate nel mondo della psicologia e salvaguardate dall'Ordine.
Questo vuol dire che la collega non è "fuorilegge" rispetto alla sua scelta. Immagino che lei pensasse di potere controllare e gestire la cosa senza innescare meccanismi pericolosi. Purtroppo è molto difficile, perché i risvolti sonoimprevedibili. Di solito è preferibile collaborare con un collega a cui inviare l'altra persona, con cui si possa collaborare e confrontarsi;io ad esempio lo faccio con il mio compagno/collega, di cui ho la fiducia massima e che per fortuna lavora anche lui a Milano, amo come lo fa e abbiamo soprattutto la possibilità di un conffronto ottimale, di un lavoro incrociato. Per noi è una grande facilitazione, e per certi versi posso capire le difficoltà di chi non ha colleghi di massima fiducia e stimcon cui collaborare: non sempre è la voglia di accaparrarsi clienti, spessoè la difficoltà a delegare, affidarsi ad altri, un po' anche volere dare il meglio possibile ai propri pazientiper cui meglio far da soli che allargarsi a persone, per esempio, con uno stile incompatibile al proprio, eccetera eccetera. Non è facile trovare unasoluzione soddisfacenteper evitare questipasticci emotivi nei pazienti.
Tuttavia, credo che il problema possa essere da lei espressoe affrontato insieme alla sua psicoterapeuta. Qualsiasi problematica venga fuori in terapia va discussa e lavorata: è molto importante e fa parte della cura. Dica pure alla collega del suo disagio e del suo senso di esclusione. Parlatene, affinché la sua verità venga alla superficie, soprattutto in un luogo, quello terapeutico, dove la verità ha il diritto massimo.
Potrebbe anche scoprire un'esagerazione delle sue fantasie, e magari che la sua psicoterapeuta in realtà ha un atteggiamento neutrale. Oppure sentire la conferma delle sue paure, chissà. In ogni caso parlarne va al di là di scoprire la verità, e ha a che fare con l'aprire le porte della propriaverità all'interno della relazione. Quale relazione migliore che quella di cura? Lo faccia in ogni caso, prima di prendere qualsiasi decisione. Se poi comunque non dovesse sentirsela più di continuare, avrà chiuso un ciclo di vita senza sbavature,
Se vorrà, ci racconti pure come andrà. La sua esperienza sarà utile ai lettori.
Auguri per entrambi come coppiae per la famiglia.
 

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