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Mia madre è andata in terapia dalla mia psicoterapeuta PDF Stampa E-mail





Gentile Zaira Di Mauro,

mi chiamo F., sono un ragazzo di Milano, ho 26 anni e da quattro vivo all'estero. Le scrivo perché ho letto la sua risposta a P. sulla pagina del suo sito sulla prospettiva di fare seguire madre e figlio dallo stesso psicoterapeuta: http://www.psicoterapeuta-milano.net/le-vostre-lettere/io-e-mio-figlio-stesso-psicoterapeuta.html e avrei un quesito da porle, perché mi trovo più o meno nella stessa situazione.

La ringrazio in anticipo nel caso dovesse avere tempo/voglia di rispondere a questa e-mail. Davvero.

Ho iniziato un percorso con una psicologa nel 2009 una volta a settimana per circa quattro anni. Passando poi a due volte al mese, e infine una volta al mese per i seguenti tre, dal primo anno di università all'ultimo, fino a quando mi sono trasferito all'estero nel 2015. Queste visite mensili sono adesso a "cadenza aleatoria", ogni qual volta rientro a Milano, circa due/tre volte all'anno.

Non credo si possa individuare un'unica ragione precisa per l'inizio di questo percorso, ma ha sicuramente giocato un ruolo cruciale l'atmosfera poco piacevole (per usare eufemismi) in casa, per attriti con la figura di mia madre e la nostra relazione, particolarmente burrascosa durante i primi anni del liceo.
Potrà bene immaginare in che misura e in quali termini un ragazzo della mia età (nel 2009 ero 16enne) si sia potuto rivolgere alla figura di una psicologa riguardo la propria madre. Questa psicologa, infatti, è stata per me una figura oggettiva e super partes, con la quale ho avuto la possibilità di confrontarmi in quegli anni, svolgendo di pari passo un lavoro ciclopico sulla figura di mia madre.

Pochi mesi fa, a seguito di mie ripetute esortazioni e della morte di mio nonno (il padre di mia madre), sono riuscito a convincerla a intraprendere un percorso psicoterapeutico (mi scuso se non sto usando la terminologia corretta). Questo perché ritenevo potesse in assoluto essere ciò di quanto più benefico e positivo per lei. Non solo per riuscire a superare la fase del lutto, ma anche e soprattutto per iniziare a fare un lavoro serio su se stessa e provare quantomeno a valicare quegli ostacoli che l'hanno sempre ancorata a una situazione emotivamente stagnante.
Mia madre ha accettato di iniziare questo percorso non senza perplessità e paure: una delle più imponenti era per lei quella di trovare uno psicoterapeuta che non ritenesse adatto, a livello di "chimica" personale, e con la quale non si sentisse a proprio agio a parlare di sé.
Non ricordo esattamente come, ma siamo arrivati a discutere dell'eventualità che si facesse seguire dalla mia psicologa. Le ragioni a favore erano essenzialmente che loro due si conoscevano già (i primi tempi mi accompagnava allo studio), quindi per mia madre non si trattava di raccontarsi a un perfetto sconosciuto; e il fatto che io ne avessi sempre sottolineato l'estrema bravura e professionalità.
Riferendo alla mia psicologa di questo desiderio, lei mi ha chiesto anzitutto cosa ne pensassi, se fossi d'accordo e se credessi che potesse crearmi problemi. Io ho risposto che non c'era nessun problema, che era OK per me. E allora lo era davvero! Così mia madre ha iniziato a farsi seguire dalla mia psicologa da settembre 2018.

A distanza di mesi posso constatare quanto questo percorso stia facendo bene mia madre. La vedo molto più dinamica nel gestire a sua volta il rapporto con la madre, oggettiva e lucida nel pensiero, più rilassata in generale. L'ho sentita due giorni fa e mi ha detto che a volte, quando esce da una seduta, si sente camminare sulle nuvole, e mi ha ringraziato per averla esortata ad andare. Non posso che gioire di questa situazione. Mi creda, sono estremamente contento e sollevato che mia madre abbia deciso di mettersi in gioco!
Ho però notato che dentro di me si è fatta sempre più potente una sensazione di disagio nei confronti della mia psicologa durante le nostre ultime sedute. Sostanzialmente non la percepisco più come "mia alleata". So di aver scritto che negli anni è stata per me una figura super partes, ma credo sia normale che questo sentimento si sia poi tramutato in percepirla come un'amica, una confidente. Non sto parlando di transfert, o forse non a livello conscio, ma percepisco la sua figura diversamente da prima che prendesse in terapia mia madre.
Durante le nostre ultime sedute mi sono sentito bloccato e non completamente libero a parlare di mia madre. So bene che la vostra figura è tenuta al segreto professionale, ma ho paura che possa trapelare qualcosa delle mie sedute, e che la mia psicologa sia in qualche modo influenzata da tutta questa situazione.
Ho quindi maturato la consapevolezza che forse non è stata la scelta migliore far seguire me e mia madre dalla stessa figura, e dunque la cosa giusta da fare credo sia terminare il mio percorso. Potrei egoisticamente chiedere a mia madre di farlo, ma mi creda quando le dico che non voglio e non posso.

Di questo ovviamente vorrei parlare con la psicologa, e per questo scrivo a lei questa e-mail: la refrattarietà all'avere in cura due persone con un legame così forte l'ha già esplicitato nella sua risposta a P. Vorrei però chiederle un consiglio su come affrontare questo discorso con la mia psicologa, quando la vedrò per comunicarle la mia decisione.
È stata, secondo lei, una mossa sbagliata da parte della mia psicologa prendere in studio due persone così legate tra loro?
Dovrei secondo lei esplicitarle per filo e per segno quello che provo?
E se poi questo tipo di decisione si dovesse ripercuotere sulle sedute con mia madre?
Penso che in qualche modo questo percorso la stia "salvando", e non voglio essere la causa di una ricaduta o di sensi di colpa suoi.

La ringrazio infinitamente se vorrà trovare il tempo di rispondermi.
Distinti saluti,
F.
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Caro F.,
quello che è accaduto a te è in sintesi il motivo per cui lo psicoterapeuta è meglio che non prenda in carico due persone molto vicine. Le fantasie che fai sono inevitabili. Pensa un po': da ragazza andavo dalla stessa psicoterapeuta di una mia amica, e avevo fantasie terribili, che lei preferisse la mia amica, che la mia amica era simpatica mentre io no, che parlassero di me come di una deficiente. Ora a pensarci sorrido, ma ai tempi non tanto. Ne soffrivo. La cosa peggiore è che non ne ho mai parlato alla mia strizzacervelli, ed è stato un peccato. Allora non immaginavo neanche che potessi farlo, ero confusa, non sapevo bene come muovermi. Oggi posso dirti che è la cosa migliore che tu possa fare. Anzi, devi farlo. Lei è lì apposta per questo, per ascoltare tutto ciò che accade dentro di te, anche e soprattutto nei suoi confronti.
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Forse la collega è stata ottimista, o non ha calcolato gli aspetti inconsapevoli  della tua risposta quando ti ha chiesto se la cosa potesse o meno darti fastidio. In ogni caso non si può dire che abbia sbagliato. Magari aveva una sua strategia. Nello stesso tempo tu non potevi immaginare cosa sarebbe accaduto. In ogni caso le cose sono andate come sono andate, e tutto sommato ci sono anche dei benefici (per tua madre). Parlarle sarà importante. Considera che tutti gli psicoterapeuti  hanno il segreto professionale e la cosa resterà fra voi due, tua madre non ne saprà mai nulla, a meno che non glielo dica tu. Se ti fa stare più sereno, chiediglielo apertamente, di non dire nulla. Ma devi tirare fuori il tuo disagio. La stanza di terapia è una sorta di luogo sacro dove la vita si esperisce in vitro, una sorta di laboratorio della vita. Non è importante solo per amore della sincerità, ma anche e soprattutto perché tu possa fare esperienza del tuo bisogno di privatezza, perché tu possa esprimere a voce alta ciò che ti crea disagio, perché tu possa fare delle scelte per il tuo benessere con una persona che ti ascolta ed è testimone di ciò che vivi in profondità.
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Credo che la scelta di interrompere sia comprensibile. Non perché ci possa essere il rischio reale che la tua terapeuta sia influenzata da tua madre. Però non possiamo controllare né contenere gli aspetti emotivi, le fantasie, le reazioni inconsapevoli, che potrebbero rovinare la vostra relazione "superpartes". E' troppo difficile. In più c'è un altro motivo, e riguarda il rapporto con tua madre. Ora che sei un uomo è giusto che tu abbia i tuoi spazi, la tua vita, il tuo spazio fisico e mentale. Condividere un'esperienza così intima come lo psicoterapeuta è fuori luogo. Lo è sempre, a maggior ragione con la maggiore età. Pensa: come ti sentiresti ad andare dallo stesso andrologo di tuo padre? L'invischiamento è sempre dietro l'angolo, pronto a fregarci.
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E' andata così. Potrebbe essere l'occasione di trovarti uno psicoterapeuta lì dove abiti, oppure di prenderti una pausa, oppure chissà... lo capirai tu. Cambiare terapeuta dopo aver fatto un percorso non è sempre negativo, anzi, può dare nuovi stimoli.
Prima però devi concludere il tuo cammino con lei. Prenditi tutto il tempo che ti serve per raccontarle del tuo disagio, per chiudere il percorso, tirare le somme e andare.Potrebbero servire più sedute. Chiudere è comunque importante. La vita continua, ed è giusto che la tua e quella di tua madre siano distinte.
In ogni caso, ripeto, parlane con lei, perché non si può mai escludere che si possa trovare una soluzione o un modo di andare avanti.
Un grande augurio e un caro saluto.
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PS: non ho voluto prendere un'altra questione perché aprirebbe porte troppo grosse, ma molto importante. Dovresti lavorare un po' per distaccarti dalle questioni di tua madre, smettere di occupartene. A partire dal trovarle uno psicoterapeuta (lei era tua, perché mai tua madre ha voluto invadere il campo? te lo sei chiesto?), fino al fatto che ti percepisco molto preoccupato per la sua salute e il suo benessere, Tua madre è più che maggiorenne, e a lei che ci pensi lei stessa. Lascia che si occupi delle sue cose, mentre tu ti occupi delle tue. Anche di questo parlane con la tua terapeuta, e abbi fiducia in lei, in tutti i sensi, anche rispetto alla "gestione" di tua madre, che appunto, per quanto possa sembrarti cinico, non è affar tuo, ma suo, di tua madre. Non devi né proteggerla, né occupartene, né altro. Devi pensare alla tua vita e volerle bene in modo nuovo, da adulti.
Ancora un caro saluto.
 

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