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Madre di mia madre: e ora, chi sono? PDF Stampa E-mail



 

 


Salve, le scrivo per presentarle brevemente il mio problema e per sapere se esso può essere affrontato in sede terapeutica e se ravvisa tale necessità. Ho 34 anni e fin dalla primissima infanzia ho vissuto una relazione problematica con i miei genitori.


Mio padre, anaffetivo e completamente assente, mia madre, affetta da una forma depressiva grave e costante che si è poi evoluta in un disturbo depressivo bipolare. Ho sempre pensato che i miei disturbi interiori (scarsa autostima, umore instabile, perenne insicurezza e incapacità di legarmi agli altri, tanto meno agli uomini... e altro) dipendessero solo dal rapporto inesistente con mio padre.

Recentemenente, invece, leggendo un articolo di psicologia molto specialistico ho compreso che buona parte del mio disagio esistenziale ha origini nella relazione precaria con mia madre, per la quale sono stata soprattutto una mamma e non una figlia. Faticosamente, dopo la lettura, ho iniziato a collegare tutto il malessere, che ho sempre provato, a questa relazione problematica e ho capito la causa primaria della mia dipendenza affettiva e del mio disagio.


Non riesco a provare quasi nulla per gli uomini (al di là di un'attrazione fisica) e comunque per loro non ho mai provato un'attrazione così coinvolgente e appagante soprattutto spirituale, mentale e interiore come quella che ho sperimentato e sperimento per tutte quelle figure femminili che ho incontrato per vari motivi nella mia vita, quando si manifestano rassicuranti e forti, accoglienti e comprensive, di una bellezza naturale e semplice.

E' come un innamoramento senza l'aspetto sessuale, anzi questo se solo lo immagino (perché il dubbio di essere omosessuale, ovviamente, si è presentato più volte) mi disturba...tutto ciò che vorrei è solo un abbraccio rassicurante. Dunque, a 34 anni, vivo in equilibrio e cado in una dipendenza affettiva ogni qualvolta incontro donne con le caratteristiche succitate...


So che la strada per uscirne non sarà mai trovare un uomo per pretendere da lui tutto l'amore e la sicurezza che non ho ricevuto da bambina né rimanere ancora allo stadio infantile e instaurare relazioni compensative e terapeutiche con tutte quelle figure femminili che spontaneamente cerco...

Ora sto vivendo un'amicizia molto bella con una donna, che ha vissuto anche lei un'infanzia molto complessa, per motivi diversi. Ha fatto delle scelte importanti nella sua vita, non è sposata, è molto sicura di sè e molto credente. E' anche molto buona e disponibile...

Ora, io con lei vorrei vivere un rapporto sereno, fare la mia vita e accettare il fatto che lei non dipenda da me né desiderare di essere il centro della sua vita... Abbiamo instaurato un rapporto molto complice e intenso. Ci sentiamo spesso al telefono, ci scriviamo ogni giorno messaggi e ci vediamo abbastanza spesso.

Lei per me è come una sorella. Ci conosciamo da quasi un anno, ma solo tre mesi fa abbiamo legato davvero e da allora è stato un crescendo di emozioni. Non appena l'ho sentita partecipe del mio dolore esistenziale e ho percepito che anche lei ha avuto un'infanzia molto dolorosa, mi sono letteralmente sciolta...Inizialmente è come un innamoramento, poi è subentrato l'affetto profondo...


Purtroppo,però, le cose non sono mai state semplici. Non ho molte amicizie.

Per motivi familiari ho cambiato spesso città, la paura di essere stigmatizzata ha fatto sì che nell'infanzia e nell'adolescenza instaurassi relazioni superficiali o 'finte', fingendo appunto che tutto andasse bene e che io stessi bene (quando a casa era un inferno...).

Da dieci anni vivo in una città del nord e da sei anni, lavoro. Da sempre, ho sofferto di depressioni cicliche o forse solo di una grande tristezza e una profonda solitudine.

Da quando ho iniziato a lavorare, sono aumentate le responsabilità: oltre a mia madre (che seguo da sola - mio padre se n'è andato quindici anni fa, mio fratello un po' dopo) c'è il lavoro e quando finalmente credo di saper gestire la situazione, mi assalgono ansia, tristezza, disistima, disinteresse per tutto...

Da sola ho sedato gli attacchi di panico, che mi affliggevano, ma ora il 'Mostro' da sconfiggere è ben più potente...


Le chiedo aiuto, in merito proprio a questa dipendenza affettivo-emotiva. Se mi stacco, mi sento in colpa, prima di disporre atteggiamenti di autonomia...

Se mi lego troppo, cosa che è accaduta, sento che non è sano né per me né per la mia amica. Ecco, appunto. Questa persona ha percezione del mio vissuto, gliel'ho raccontato per sommi capi, ma non sa nulla o quasi della mia sofferenza interiore...

Non sa dello sforzo che faccio per apparire una persona normale, quando le persone si legano autenticamente a me e dentro mi scatta non so quale atavico meccanismo di attaccamento che vorrei tanto superare...

Non sa che se poi mi dimostro aggressiva o polemica (è successo solo tramite sms) è perché inconsciamente temo di essere abbandonata e abituata a questo, anticipo la mossa e metto in atto situazioni che possono solo portare a chiusura e ad allontanamento nell'altro...

Almeno io me lo spiego,così. Ora lei si è allontanata, forse non vorrà più saperne di me...

Io sono a terra, completamente svuotata. Ingenuamente speravo che lei potesse darmi la serenità e la stabilità che desidero, riparare il mio trauma, costruire insieme finalmente un 'noi' equilibrato, coerente e solido. Essere finalmente una persona forte anche fuori dal mio mondo, non solo in famiglia.


Non sono stata breve, come annunciato, ma spero di essere stata almeno chiara, anche se non è facile esprimere ciò che vivo.

Grazie per l'ascolto e se vorrà dedicarmi una risposta.

F.

 

 

 

 

 

Sei stata breve nel senso che è davvero tranciante raccontare la propria vita, complessa, ricca di sfumature, in una lettera.
Ogni vita, come scrive E. Polster, meriterebbe un romanzo.
O più: uno per ogni esperienza.
La cosa che mi colpisce della tua storia è la tua consapevolezza, unita al disagio e alla sofferenza che comunque ti accompagnano costantemente: sei cosciente, e nello stesso tempo sanguinante.
I tuoi rapporti sono compromessi da una voragine affettiva; tuttavia non credere di essere la sola, in misura più o meno grande siamo tutti un po' disperati, ammalati d'amore, e più o meno tutti facciamo sforzi titanici per apparire persone "normali".
Ma questo è banale e non ti aiuta; quindi veniamo a te.
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Rispetto ai genitori, sono importanti entrambi nello sviluppo delle nostre nevrosi, si dividono abbastanza questo simpatico compito. La madre è senz'altro un fulcro viscerale, il primo nostro riferimento, la forma del nostro primo rapporto col mondo. Poi arriverà il padre, il cui compito è quello di liberarci dalla simbiosi con la mamma e aiutarci a vivere nel mondo. Se uno o enrtambi falliscono nel loro compito, è un bel casino. Nel tuo caso, purtroppo, non c'è stato molto da divertirsi; nella tua vita immagino tanta solitudine e poca possibilità di esprimere il dolore, visto che in famiglia lo spazio della sofferenza era già occupato da quella di tua madre.
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Credo tu non abbia ancora trovato i tuo spazio nel mondo. Non sei né una donna, né una bambina. Né omosessuale, né eterosessuale. Né dentro, né fuori della famiglia. Né figlia, né madre.
Le possibilità di te stessa sono tante, ma perché queste abbiano sviluppo devi prendere aria, ossigenarti, fare esperienza di te al di là del mondo conosciuto, ripetitivo, dove tu non puoi amare se non tormentandoti. Temo sia tu la prima ad averti stigmatizzata, dentro un'immagine rigida e un'identità immobile. Prendere aria vuol dire uscire dall'idea che hai di te stessa. Meglio cadere nel vuoto che nel pieno di muffa.
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Sulla tua sessualità ti dico questo: siamo tutti più o meno bisessuali; la scelta di genere è parecchio legata all'educazione, che rende peccaminoso il sesso omosessuale; oppure è legata alla propria storia, alla combinazione di vicissitudini che ci avvicinano ad un sesso o ad un altro. Di fatto, nella norma, quello eterosessuale è un amore naturalmente elettivo, preferito rispetto all'altro, ma Madre Natura non mette nessun limite inviolabile. Il tuo rapporto con la tua amica ha qualcosa di amoroso, di omosessuale, che sarebbe una strada spontanea vista la tua storia. Eppure non c'è attrazione erotica: ed è più questo a preoccuparmi che la tua eventuale omosessualità. Non importa che genere scegliamo per fare sesso; l'importante è fare una scelta, cioè fare sesso, goderne, esserne appagati.
Pertanto, cara F., senz'altro ti consiglio di fare una psicoterapia. Te lo consiglio vivamente, affinché tu possa trovare ossigeno per tutte quelle parti di te sommerse dal dolore, ancora sconosciute, poco coraggiose, inibite e taciturne.
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Questo mondo è un inferno per tutti: violento, irriverente, impudente, irrispettoso verso il nostro pudore e la nostra sensibilità.
Eppure, contemporaneamente, può essere un luogo di poesia dolcissima, se impariamo a prendere e dare ciò che per noi è giusto.
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Ti auguro davvero una buona vita.
 

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