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Gentile Dottoressa,
Sono V. Ho ventinove anni. Le scrivo dall'Inghilterra. Sono qui da circa un anno,  studio un dottorato di ricerca in Letteratura Spagnola presso un'Università inglese, Le scrivo perchè da pochi mesi sono insieme a un ragazzo. La storia è iniziata in modo molto romantico e continua ad esserlo. Vivo intensamente ogni momento, abbiamo amici ed interessi in comune. È da tempo che non mi sentivo cosi appagata.
Ultimamente le mie emozioni stanno avendo il sopravvento su di me. Un mese fa ho conosciuto la sua famiglia (le sue origini sono cinesi, la sua famiglia è molto tradizionale) hanno iniziato a farmi molte domande sul mio futuro, su quando finirò il dottorato, sulle mie prospettive di lavoro. Dal momento sono cresciute tantissime ansie dentro di me. Ieri ho avuto un attacco d'ansia mentre ero con lui (fortunatamente sono riuscita a nasconderlo). Vorrei tanto affrontare il problema ma non vorrei proiettare solo le mie insicurezze su di lui.
Mi sento come una bomba ad orologeria che prima o poi può fare terra bruciata intorno a sè e non voglio. Quattro anni ho lasciato all'improvviso il mio ragazzo . A posteriori non capisco il vero motivo per cui l'ho lasciato: forse perchè volevo abbandonare l'Italia e la mia famiglia (una famiglia molto omologante e tradizionale) per partire in Spagna o perchè non riuscivo a gestire bene i suoi giudizi  e non capivo quali fossero le mie scelte dalle sue. Al di là di tutto, mi sento in colpa per averlo lasciato senza nessuna avvisaglia. La mia paura più grande è di commettere lo stesso errore con il mio attuale ragazzo.
Da quando sono lontano dalla mia famiglia, ho un ricordo negativo ricorrente che riguarda la mia infanzia. Non so se realmente sia realtà e finzione o se è un meccanismo mentale che ho innescato solo per eliminare il senso di colpa che ho nei confronti di mio padre (non ha mai accettato che sia andata via).
So che ci sono molti nodi da sciogliere. Confido nelle sue parole e sono sicura che mi portranno essere d'aiuto.
Le auguro buon lavoro,
V.

 

 

 

 

 

Cara V.,

da quello che scrivi, che è un po' contratto, mi pare di intuire che tendi un po' ad accollarti le colpe del mondo.
Direi che potresti anche distribuirle uniformemente intorno a te.
Tanto per cominciare immagino che conoscere i genitori del tuo innamorato, dopo solo pochi mesi di romanticismo, sia stata una scelta un po' azzardata. I genitori mediamente hanno l'effetto tramortente di appesantire qualsiasi esperienza dei figli, attribuendole un valore significante che probabilmente non è ancora ben formulato neanche per i figli stessi che la vivono. Essendo oltretutto molto tradizionali, tra l'altro come i tuoi da cui sei fuggita, credo che per te sia stata una forzatura, consapevole o non consapevole.
Poi. Di fronte ai sacri genitori del fidanzato che ti fanno il terzo grado sul futuro, cosa mai potrai rispondere? ovviamente andrai alla ricerca di belle risposte, confezionate perfettamente per rassicurare i signori ed avere il loro amore eterno. Sbagliato, la risposta migliore che mi viene in mente è: "Perdonatemi, si tratta di argomenti intimi che vorrei affrontare con più calma e in altri momenti", oppure: "Ne parleremo, spero avremo altre occasioni". Forse. Perché non è detto che tu ne abbia mai voglia. Non è mai detto che ci venga la voglia di parlare delle nostre questioni con chi non abbiamo scelto. E i genitori non si scelgono, né i propri né quelli del fidanzato.
La bomba ad orologeria può scoppiare dopo tante di queste piccole violenze, nei confronti delle quali però hai una grande responsabilità: non ti sei difesa abbastanza.
Inizia pure a farlo, con tutti, i tuoi genitori, i suoi, i tuoi fidanzati, e chiunque.
Le tue scelte e le tue verità appartengono a te e tu sola deciderai a chi e come parlarne, se condividerle, eccetera.
Non mi dici qual è il brutto ricordo; in ogni caso non screditarlo pensando di avere molta fantasia che ti aiuta ad espiare le tue colpe. Non c'è colpa nell'andarsene di casa, e il padre è anzi proprio quella figura che dovrebbe avvalorare scelte di coraggio.
Hai quasi trent'anni. Ripeto: trent'anni.
Sei donna, adulta, libera.
La libertà dai giudizi è una libertà propria, interiore.
Sentilo.
Un caro saluto.
 

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