Basic Joomla Menu

La mia storia PDF Stampa E-mail





Gentile Dottoressa,

Le scrivo perché vivo momenti di forte incertezza ed ho molti dubbi che vorrei cercare di chiarire, e forse un piccolo confronto con Lei potrà darmi qualche spunto di riflessione utile. La prego di omettere tutti i dati che potrebbe portare ad una mia eventuale identificazione.

Mi chiamo L. ed ho 28 anni. Sono nata in una città del Nord e la mia infanzia non è stata felice, ma di più: è stata splendida. Figlia unica, mia madre dice che quando mi chiedeva se desiderassi un fratellino urlavo di no, che l’avrei buttato fuori. In realtà a scuola mi dicevano la classica frase: “Con un fratello i tuoi non ameranno più te”. Mia madre andò in pensione quando avevo pochi anni (quando nacqui lei aveva 36 anni, i miei genitori si sono sposati tardi), come pensionata baby, perché non sopportava più la scuola (insegnante), mia nonna era difficile a tenermi, io non crescevo e non mangiavo. In realtà ero sana come un pesce, e la pediatra lo diceva, ma mio padre soprattutto tormentava mia madre perché non ero robusta, ero gracile, piccola. Peccato che entrambi fossero bassi e magri. Pur volendo, non si sa secondo lui dove sarei dovuta arrivare. Infatti sono alta un metro e cinquanta, come predissero tutti i medici da cui mi portarono. Mio padre si ostinava, polpette, pane, riempitivi, l’uovo non è mangiare, piselli no ma piselli e fave sì… Inoltre mi ammalavo spesso, mi curava mia madre, che passava le notti a vegliarmi, così l’asilo l’ho fatto a singhiozzo, quasi per nulla. Mia madre mi ha insegnato a leggere e scrivere, mio padre mi cantava le canzoni, la casa era in affitto da mio zio ed era vecchia con il problema degli scarafaggi che affligge la città da sempre. Mia madre avrebbe voluto cambiare casa, ma mio padre se ne fregava, perché a lui stava bene così. Inoltre io dormivo in mezzo, perciò altri figli non ce ne furono, mia madre nemmeno li voleva perché sfidare la sorte non era il caso e, come mi disse poi, mio padre non era un grande amatore.

Però erano anni felici: peccato che nessuno di noi se ne fosse reso conto.

Poi quando avevo otto anni ci trasferimmo al Sud.  Io ero rimasta abbastanza destabilizzata dalla scuola: la maestra picchiava tutti in modo eguale e democratico, ma giustamente ne dava di più ai bimbi meno ‘svegli’ ed io ero tormentata dai bulli. Esclusa da tutti, spesso finivo nel banco da sola. Però non ero troppo sensibile: finita la giornata, dimenticavo tutto e volavo da mia madre, che lottava senza risultati contro l’insegnante. Io ero brava come voleva mia madre. In un certo senso capivo che lei era orgogliosa di me, anche se ora dice che della scuola non le importava nulla, ma se toppavo erano sculaccioni! Nella nuova città la casa era grande, mia madre voleva arredarla tutta, mio padre diceva che i mobili non servivano: iniziarono i primi veri litigi. A scuola andò meglio per i due anni delle elementari, io sviluppai fisicamente grazie all’aria buona.

Alle medie i maschi mi tormentavano, i prof mi vezzeggiavano, cominciai a 12 anni a capire che gli uomini non facevano per me. Alle gite quella spaiata ero io, le altre flirtavano, io non volevo essere ripresa perciò stavo zitta e buona vicino all’insegnante. E mi successe una cosa strana: il giorno in cui si partiva, iniziava una colica intestinale pazzesca, pareva non ci fosse una fine a tutta l’acqua ( era acqua pura, null’altro) che dovevo cacciare, all’ultimo giorno mi passava. Rimase un mistero irrisolto, attribuito ai farmaci per l’acne.

Non so quando cominciò, se in quel periodo, verso i miei 12 anni, ma mia madre cominciò a fissarsi con la pulizia, anzi, con l’igiene: ogni cosa che entrava in casa doveva essere igienizzata e disinfettata un tot numero di volte per un tot di tempo. La casa era sacra, il suo sogno, nessuno ci doveva venire per non rovinare nulla.  Mio padre la mandava al diavolo, io… mi adeguavo. Poco lungimirante, imboccai la strada più semplice.  Mio padre diceva che ero io che dovevo prendere in mano la situazione e far ragionare mia madre con la menopausa. Io non ne avevo voglia, non ne ero capace, vedevo il subito e non volevo sentire loro urlare.

Mi piaceva un ragazzo, ma guardava le amiche più procaci, già donne anche nel fisico e nel cervello e non sono per il ciclo che non avevo ben collegato a cosa servisse nella pratica.

Alle superiori fu un disastro. Come quelli in tv, che portano a tragedie in alcuni casi, che ora ci rido, ma all’epoca, anche se mi costa ammetterlo, faceva male, molto male. Mi chiamavano ‘cesso’.  Mi scusi, ma mi sembra inutile parafrasare.  Divenne il mio secondo nome, anzi il primo, tanto che un giorno un bastardo prof si sbagliò a chiamarmi. Si corresse, ma troppo tardi. Mi abituai anch’io, a sentir l’insulto… un giorno per strada mi voltai e risposi: non dubitai nemmeno per un attimo che fosse rivolto a me, ero diventata il significato di quel significante… ne ebbi una certa impressione. Mi andai a legare con le tre più cretine di tutto l’istituto, e le elessi a mie migliori amiche. Escluse come me, ridicolizzate come me, senza una vita sociale come me. Odiavo specchiarmi in loro, mi chiedevo se anche io avessi tutti quei difetti fisici(non porto gli occhiali, non ho la gobba o il nasone, o la faccia troppo lunga e i denti storti), ma lo nascondevo: vestivo la maschera della protesta come partito preso, senza una reale convinzione: ero brutta? Bene, avrei fatto in modo di esserlo il più possibile. Perché conta essere buone e brave, quello che hai dentro, sono tutti gli altri che non capiscono e sono superficiali, e finchè se ne parla vuol dire che vali qualcosa.  Tutto questo a detta di mia madre, io ne dubitavo, ma non potevo e non volevo ammetterlo. Volevo un ragazzo, come scriveva il maledetto Cioè, ma lei disse che mi avrebbe ammazzato se avessi fatto sesso, che dopo nessuno mi avrebbe più voluto e una donna non deve mai dire sì, che l’orgoglio viene prima di tutto e non bisogna rendersi ridicoli. Mai. A me piaceva uno, tutta la scuola rideva, io dicevo che non era vero, poi una ragazza mi disse: “Sei una ragazza, non è anormale se ti piace qualcuno”. Era vero,  riflettei, ma quando provai ad avvicinarmi a quel ragazzo fuggì inorridito, e quando strinsi amicizia con un altro ne parlò tutta la scuola e dissero che facevamo chissà che. Ne uscii confusa: ero come tutti ma ero il fenomeno da baraccone della scuola. Persi l’amicizia, il cesso rimase ad imperitura memoria, i prof dissero che ero io che sbagliavo, perché non dovevo rispondere agli insulti, ma prenderli come una carineria ed un gesto di considerazione nei miei confronti. Erano un vezzo, una presa in giro amichevole.  Ero io a non essere capace, ad avere problemi.  Boh…?

Inoltre mi ero andata a mettere con le sceme dell’istituto. Non potevo lamentarmi. E sceme lo erano davvero: non si poteva andare per locali perché avevano l’ansia, discoteca no perché faceva venire il mal di testa, film horror no perché veniva il panico e facevano gli incubi, maschi neanche nominarli si poteva… una scoprii che era una bugiarda patologica: si inventava una vita che non aveva, e alla fine la lasciai perdere;  inoltre un’altra soffriva di colica perenne e quindi ogni uscita finiva con una puntata di due ore in bagno. Il cesso mi perseguitava. Senza rimedio. L’acne peggiorava, mia madre e le sue fissazioni erano ormai fuori controllo, le urla erano incontrollabili, io avrei voluto essere una ‘’ok’, non una sfigata, volevo preoccuparmi di ragazzi, di jeans e magliette, e non di mia madre che odiava sempre più mio padre e mi descriveva tutti i pianti che si era fatta. Non siamo diventate amiche come speravo, non ho fatto la mia ribellione giovanile, non ho lottato per rientrare tardi la sera. L’unica cosa fu che smisi il pianoforte: furono costretti ad abbandonare l’idea della figlia concertista. Non ero negata, ma quasi. A 15 anni ebbi il mio primo ragazzo: durò una settimana, fu un record. A scuola, alla fine dell’estate, lo sapevano tutti. Ero una sfigata, inutile negarlo, adesso, ma allora cercavo disperatamente di non darlo a vedere, di dirmi che non era vero. In terzo mi resi conto che le amiche del cortile erano più interessate agli uomini che alla nostra amicizia, loro avevano schiere di corteggiatori, io restavo indietro. Uno mi disse che sarebbe stato meglio se mi fossi uccisa, che ero inutile. Continuavo a dirmi che erano gli altri che sbagliavano, ma una vocina dentro di me mi diceva ‘Voce del popolo voce di Dio’… se me lo dicevano tutti allora era vero che ero un cesso. Alla fine l’amicizia finì: mi ero seccata di essere lasciata indietro, di reggere il moccolo ad ogni uscita. Smisi di correr loro dietro, e loro neanche si preoccuparono di dire ‘Hey, che è successo?’. A casa odiavo mio padre e mia madre, entrambi, volevo si separassero, volevo che mio padre se ne andasse di casa, lui diceva che quella era casa sua, che era mia madre che non serviva, che era pazza, io lo odiavo a morte, fantasticavo di ucciderli a volte, salvo avere paura quando mia madre gli si lanciava addosso armata di coltello di 20 cm. Lui non era indifeso, e se le davano reciprocamente. Un giorno mia madre chiamò un’agenzia per vedere se poteva affittare una casa: mi svegliai alle urla e trovai mia madre che aveva fatto un volo dal telefono a dentro la vasca da bagno: mio padre l’aveva scoperta e l’aveva menata. Mia madre iniziò ad impugnare una lama e allora si acquietò. E’ stato un caso se il tg delle 20.00 non ci ha visti protagonisti. Mia madre aveva una pensione minima, mio padre non cacciava soldi, fare la spesa era un incubo. Scoprii che se la spazzatura la buttava lui poi ci rimestava dentro per vedere cosa ci fosse: era convinto che mia madre buttasse il mangiare, perché se ne comprava troppo. Finì che la gettavo io di nascosto. Poi ora mangiavo i panini, ma a lui non stava bene: era mia madre che non voleva cucinare, era colpa sua se ero così, ogni cosa era colpa di mia madre, qualsiasi cosa dicessi o facessi. Sua sorella, mia zia, un giorno mi disse: ‘Figlia, che ti danno da mangiare? Quanto sei brutta!’. Mi torturava perché brufolosa, piccola e magra: non andavo bene proprio! Mia madre andò su tutte le furie: già la odiava, la detestò ancora di più, ma per mio padre la sorella era sacra, non ha mai difeso mia madre di fronte alla famiglia d’origine, mia madre era nulla, della serie ‘ciò che è mio è mio, ciò che è tuo è mio’. Nessuno dei due cedeva, in preda alla disperazione, dicevo a mia madre di andarsene lei, ma mi rispondeva furiosa che non poteva lasciarmi, che sarebbe stata una madre degenere. A scuola in terzo le ragazze decisero di rimettermi i miei peccati, ma i ragazzi, due in particolare ed uno in modo assoluto, mi tormentavano. Uno mi stava sempre addosso, se mi incontrava per strada mi urlava insulti, ad una festa mi infilò le mani nelle mutande perché voleva sapere ‘ se avevo il buco sano’. Ovviamente la colpa era mia: avevo messo la minigonna, di che volevo lamentarmi? Me lo fece notare la mia amica, stizzita come quando non avevo inteso che urlarmi ‘Hai una mosca in testa’ voleva dire che ero una cacca. In terzo avrei dovuto fare un concorso che mi avrebbe permesso di essere libera: era la speranza di una vita migliore, l’entrata in una scuola di prestigio estera, mia madre se ne sarebbe andata senza la preoccupazione di lasciarmi sola, da quando avevo 12 anni coltivavo questo sogno, grazie alle prof delle medie che erano sicure fosse la scuola per me. Il figlio di una di loro era nella commissione, era entrato in quella scuola qualche anno prima di me e mi diede dei consigli. Ero sicura di riuscirci ed invece fallii miseramente: terza su dieci,  non fu sufficiente a superare lo sbarramento. Se la mia prova scritta era la migliore, non avevo dato prova di essere interessata allo scambio culturale ed umano. Mi aspettavano altri due anni in quella situazione. Pazienza, mi dissi alla fine: toccava arrendersi. A casa le cose peggiorarono, si toccò il fondo, fortunatamente mio padre prese l’abitudine di andarsene fuori qualche sera a dormire, dai miei zii. Fu un sollievo.

La fine della scuola fu un parto, un miracolo. Sarei partita per l’università, avrei vissuto veramente, sarei stata felice, avrei potuto dimenticare i miei. Avrei avuto le mie occasioni all’università, non ero più una fallita. Invece quando partii ebbi uno shock, credo: lasciare la sicurezza mi terrorizzò, come la grande città. Vomitavo come un’esorcizzata, non smettevo, all’inizio pensai di resistere e ce la feci: mia madre approfittò dei dieci giorni di avanscoperta nella città miei e di mio padre per fare le valigie ed andarsene. Tornò dalla madre. Quando tornai, mi fermai da lei. L’idea era di ripartire il mese dopo per l’università, per i risultati dei test e per sistemarmi. La sera prima di partire, invece, mi sentii male di nuovo: volevo stare con mia nonna, godermela, coccolarla, e ritrovare mia madre, con cui il rapporto non si era mai rotto completamente. Arrivata  stetti così male che non ci fu scelta: tornai con mia madre, che archiviò tutto come argomento tabù secondo il mio volere e mi iscrissi ad una facoltà in zona. Mio padre dopo un po’ si abituò a stare solo: trovò i suoi interessi, le associazioni, chiuse la casa che tanto mia madre non gli aveva fatto godere e si trasferì in un’altra casa. All’inizio fu meraviglioso, poi stetti male di nuovo: mia madre divenne feroce, non capiva, poi si arrese e mi portò da un terapeuta. Onestamente non ne cavai nulla: non seppe darmi spunti, non mi aiutò a realizzare cosa mi fosse successo, o le mie paure, non mi diede certezze e smontò le poche che avevo. Non riuscii a parlargli di mia madre e alla fine lui dedusse che l’unica soluzione era trovarmi dei maledetti amici. Io mi dannavo, con le liste che mi diceva di fare, mi sgridava perché non trovavo nessuno che uscisse con me, io insistevo e tutti mi dicevano che avevano il fidanzato, i loro amici e non gliene fregava nulla di uscire con me o di aggregarmi ala loro comitiva perché già mi vedevano all’università e vedermi anche fuori non li faceva evadere dallo studio. Io non volevo impormi nella vita di nessuno, avevo giurato a me stessa che non avrei mai più retto il moccolo o permesso a qualcuno di dimenticarsi di me in bagno ed andarsene (mi è successo), ma il terapeuta insisteva, dicendo che potevo evitare di andare in bagno e piantonare gli ipotetici amici. Alla fine piantai la terapia: stavo male e non c’erano risultati. Andai da un altro specialista e con una blanda cura dopo poco stetti benissimo. Finii l’università, e decisi di tornare da mio padre, visto che mi tormentava, ma ritrovarmi in quella casa, dopo tanto, con tutta quella polvere e puzza di muffa mi terrorizzò. Stetti male e tornai a casa, tra le urla di mio padre, che diceva che era colpa di mia madre.

Ora ho 28 anni e sto cercando lavoro. Io e mia madre abbiamo una casa, perché non voleva stare con mia nonna dopo due anni e la casa era piccola, mio padre passa un assegno, si sono separati, la casa è abbandonata ma mio padre non vuole venderla e quindi litigano per questo, mia madre si è un po’ calmata, forse, non so.  Alla fine la vita si risolve da sola. Ho scoperto che vestirmi di rivoluzione non è servito a nulla, non mi ha garantito l’accesso all’olimpo dei cervelli, che avevano ragione i miei compagni a dire che avevo delle amiche cretine, ho smesso di nascondermi dietro a un dito e ho capito che la pensavo esattamente come loro, che se tutti ti dicono una cosa, è vera e c’è poco da fare. Alla fine l’amicizia con una di loro, l’unica rimasta perché forse la volevo, o forse perché era meno o più cretina (a seconda dei punti di vista, per mia madre era una microcefala), o forse più semplicemente e più veramente perché era l’unica a disposizione (sì, è vero, se i miei compagni mi avessero accettata, col cavolo che le avrei guardate, non avevamo niente in comune (forse), erano un misero ripiego) è finita: lei ha saputo che io avevo suggerito ai suoi di tirarle due schiaffi quando non voleva fare gli esami di stato. Fu una fatica convincerla a farli! Alla fine nemmeno lei ha concluso nulla. Era venuta con me, ma tornò a casa dopo pochi mesi e all’università non ha più dato esami.

Adesso ciò che mi preme è cercare di capire alcune cose: penso non sia giusto arrendersi e dire ‘ Ormai è così la mia vita’, un tentativo serio va pur fatto per cercare di capirci e cambiare qualcosa.

Secondo lei perché ho paura di spostarmi da casa? E’ una cosa dell’università, originatasi da lì, oppure risale a prima, a sempre, visto che alle gite stavo male con la pancia sempre? Perché è successo alle medie e alle superiori. Addirittura alle superiori – 15 giorni all’estero – poi non ebbi il ciclo per mesi…

Secondo lei da cosa si origina? So che non ha senso forse chiederglielo così, magari ci vorrebbero più dettagli, ma mi potrebbe dare un’idea? E come posso risolverlo? il neurologo mi ha detto di provare con piccoli spostamenti, un po’ alla volta, perché andare da mio padre sarebbe troppo.

Può essere il tornare in quella casa? E secondo lei c’entrano le fissazioni di igiene di mia madre?  Perché il problema che sorgeva alle gite è precedente.

E come fare per avere un compagno? Ho 28 anni, sono vergine e non lo desidero, il condizionamento ricevuto dall’educazione è forte, ma vorrei avere qualcuno.  Se mi iscrivessi ad un sito di incontri? All’università mi piaceva un ragazzo, visto che gli piacevano gli animali e io li adoro, ho provato a chiacchierare di questo, ma niente: ci incontravamo a lezione, piaceva anche a lui la poesia, ma dopo un po’ ha dato segni di insofferenza: se ci vedevano insieme le altre ridevano, così un giorno, passando per un’aula di studio, l’ho visto seduto da solo. Pensavo di fermarmi, ma ho visto che lui si nascondeva la faccia facendo finta di non avermi visto e poi alzava il libro per ficcarcisi dietro. Ho capito e ho tirato dritto.

Mi chiedo cosa ci sia in me di sbagliato. So di essere pignola nello studio e nelle cose che faccio, (mi dissero dei ragazzi che ero abominevole, seccante, pignola, ossessiva, ossessionante…), ma mi chiedo se io sia così cattiva o disgustosa da meritare questo disprezzo. Non puzzo, ma mi rendo conto di essere sgradevole: non per l’alitosi, ma perché ho un tono di voce squillante. Ho così provato a parlar meno e più a bassa voce, ma nessuno mi ascoltava ed alla fine era come se non ci fossi: nessuno mi rivolgeva la parola. All’università abitano tutti in posti diversi, e hanno lì la loro vita. Secondo lei dovevo insistere? E se provassi a ripescare le ragazze conosciute al primo anno? Loro poi hanno abbandonato e non le ho più sentite, ma magari ricontattandole… mi vedrebbero più vicina.

Mi piaceva anche un assistente,  ci sono andata a ricevimento per cercare di attirare l’attenzione, ma poi mi è venuto in mente ciò che mi diceva mia madre : ‘Non renderti ridicola’ e ho lasciato perdere. Ero terrorizzata dall’idea di metterlo in imbarazzo o che fosse lui a dirmi di andarmene.

Ora ho aperto un sito: vorrei pubblicizzarlo e renderlo un ‘attività, forse un lavoro…  e dovrei fare pubbliche relazioni. I commenti non ci sono, solo qualche visita. Vorrei capire come fare, come pormi con le altre persone del giro, perché ne ho contattate alcune: in parte mi hanno risposto, in parte no. Non so perché, ma non vorrei cominciare con il piede sbagliato. Vorrei capire come relazionarmi con gli altri, come attirare un pubblico… come risultare gradevole.

Inoltre ho sempre amato i manga giapponesi ed ho letto i romanzi spazzatura harmony, con i loro uomini incredibili… ci fantastico spesso, non vorrei  diventassero un ulteriore ostacolo, perché non vorrei avere la tendenza a non vedere la realtà e a sognare ad occhi aperti, idealizzando i rapporti a due e risultando immatura, o, peggio ancora, pensando che chi si interessa a me sia un idiota, visto che non mi stimo molto.

Vorrei una vita, degli amici, un amante… non voglio arrendermi. Vorrei recuperare con mio padre, fare qualcosa che lo renda orgoglioso, dirgli che mi dispiace, vorrei staccarmi da mia madre, sapere cosa non è sano in me, vorrei capirmi meglio e amarmi di più. Vorrei migliorarmi. Prima che sia davvero tardi.  E’ strano, ma nella metropoli mi sentivo incredula, prima di star male: guardavo la mia amica e mi dicevo “Non mi ci vedo qui”, o meglio, era una sensazione indefinita, nel retro della mia mente, un’incredulità soffusa, difficilmente inquadrabile allora, che è divenuta chiara con il tempo. Mi pare di essere rinchiusa. Ho letto che è difficile scappare da ciò che non ci piace, che bisogna avere coraggio, e non tutti sono in grado di averlo. Io vorrei averlo e coltivarlo. Anche quella mia amica aveva una situazione familiare difficile, forse anche per questo avevamo legato, e anche lei ci era ripiombata e non sapeva come uscirne. Mia madre mi aveva fatto delle promesse, non le ha mantenute: dice che questa è casa sua, che sono io a dovermi adeguare, che lei deve stare dietro a tutti, che non è libera, non è capita… quando le dico ‘E io?’ mi risponde ‘Cosa vuoi da me? Se non ti sta bene vattene’. E io sto zitta perché ha ragione. Vorrei andarmene, ma dove? Se superassi il problema potrei tornare da mio padre, visto che è l’unica alternativa, anche se l’idea di stare tra quella gente non mi piace.

Non so se sono stata esaustiva, e mi rendo conto che così non può dirmi molto, ma mi piacerebbe un confronto con Lei ed una Sua analisi.

Grazie se vorrà rispondermi.

 

Cordiali saluti.


Cara L.,

la tua è una storia di violenza; a partire dal tuo sonno condiviso nel letto dei e con i tuoi genitori, con te che fungevi da separè, e insieme da trait d'union di una triade che non avrebbe avuto altro modo che questo per essere una famiglia.

Così, anche oggi, ti spartisci tra tuo padre, che ti vorrebbe così tanto, e tua madre, dalla quale non riesci a staccarti; d'altronde come potresti farlo, visto che per anni lei si è sacrificata sopportando tuo padre per non lasciarti sola con lui? E come potresti mai andare da tuo padre, dopo tutti gli sforzi di tua madre per evitare questa sciagura?

Ma la mia vera domanda è: devi per forza restare con tua madre o andare da tuo padre?

 

Certo, ho colto che non hai un lavoro. Il punto è proprio come mai non hai un lavoro: forse perché a quel punto saresti libera e potresti finalmente mandare al diavolo tutta la tua storia e scriverne una nuova. Ma questo, nella realtà, non è affatto quello che vuoi, e lo hai già sperimentato con l'università. Sarebbe bello, magnifico, volerlo, ma purtroppo, di fatto, in profondità, non lo vuoi.

Allora a nulla varranno i tuoi sforzi di trovar lavoro, perché non lo troverai, visto che qualcosa di non consapevole è attivo perché ciò non accada.

 

Il tuo con i tuoi genitori è un legame a cui non riesci a sottrarti. Anche provandoci, il tuo corpo si ribella e ti fa sputare sangue. Comunque sei nel mezzo, come nel lettore, ora nella vita adulta: tra le loro litigate, le loro questioni, la loro casa invenduta, e lo spartirsi la figlia, come un trofeo, magari.

 

Le tue questioni sono radicate, attaccate sottopelle, maledette. Devi lottare per essere libera, lasciare i tuoi “vecchi” alle loro follie e alle loro scelte apparentemente insensate, ma non per loro, e abbracciare la vita attraverso le tue braccia, non quelle di altri.

Sei terribilmente alienata: alienata nei desideri degli altri, nel “cesso”, nell'acne eterna che ormai ramifica nel tuo cuore, in quei micro comportamenti incontrollabili che a tua insaputa non fanno che confermare le tue premesse terribili e attrarre a te i più orribili fallimenti.

Ma ti voglio redarguire: sei tu che finora l'hai voluto. L'hai scelto e non hai cercato alternative. Allo stesso modo puoi scegliere di allungare il tuo naso al di là del giardino familiare coltivato ad ortiche. Costi quel che costi. Costi qualsiasi colite o qualsiasi altra reazione del corpo: senza lottare non c'è nient'altro che quello che gli altri hanno predisposto per noi, che solitamente non è affatto di nostro gradimento.

Non è tua madre a dover cambiare coltivazione, sei tu a doverti cercare il tuo giardino; e tua madre non può darti nessun aiuto, nessuno.

 

Non sottovalutare la psicoterapia, personalmente è il modo migliore che ho conosciuto e che conosco per uscire dalla coltre di alienazione. Forse in questo possono aiutarti i tuoi, a pagarti le sedute finché non avrai un tuo (magico) reddito: lo strato di velature oscure che ostacolano la nostra volontà sono tante e tali che non c'è da vergognarsi se da soli non ce la facciamo.

Come dico a tanti pazienti e scrivo in tante lettere, alla fine della grande faticata c'è una vita così bella da essere struggente, nella sua caducità.

 

Sinceri auguri.Sinceri auguri.

 

Menu Principale