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Io e mio figlio, stesso psicoterapeuta PDF Stampa E-mail

 

 






Gentilissima dottoressa Di Mauro, le sottopongo un quesito che nasce da un confronto con una sua collega, psicoterapeuta, mia conoscente.

Secondo quest'ultima, qualora più membri di una stessa famiglia intendessero intraprendere un percorso psicoterapeutico, dettato da una scelta individuale, non dovrebbero farlo rivolgendosi al medesimo professionista. Insomma a ciiascuno il proprio psicologo.

Condivide tale opinione o è di diverso avviso?
Nell'uno o nell'altro caso me ne può esemplificare le ragioni?

La mia non è una domanda fine a se stessa ma nasce dall'esigenza che avrei di far seguire mio figlio e dal fatto che mi è parso naturale indirizzarlo al mio (in questo momento ex) terapeuta.
Ora ho dei dubbi sulla decisione assunta.

Attendo una sua sempre piacevole e gradita risposta.
P.





Cara P.,
è una regola deontologica abbastanza condivisa che uno stesso psicoterapeuta non possa seguire né più persone di una stessa famiglia, né persone che abbiano un forte legame. Il motivo è chei pazienti coinvolti potrebbero fare delle fantasie incontrollabili in merito a ciò che succede nella stanza terapeutica durante gli incontri col parente o persona cara. Sono possibili infatti fantasie di alleanze, di preferenze, e chissà cos'altro.
La decisione spetta al terapeuta, che valuta le situazioni di volta in volta. In taluni casi, se il figlio è minorenne, soprattutto se non ancora adolescente, la faccenda è meno rischiosa e più accettabile, perché comunque si presuppone che il genitore abbia comunque un controllo sul figlio, e comunque prima degli 11-12 anni non c'è ancora il bisogno di differenziarsi, cosa che invece arriva dopo. Se dunque il figlio è maggiorenne, trovo che sia un errore grave, e va a creare una situazione molto pericolosa. Questo perché il figlio maggiorenne ha spesso problematiche connesse all'affrancamento dai genitori e all'autonomizzazione. Prova ad immaginare la confusione che si verrebbe a creare: inevitabilmente l'uno e l'altro si domanderebbero e cercherebbero di sapere cosa terapeuta e parente si dicano a loro "insaputa". Un totale pasticcio.

Nell'età di mezzo, quando il figlio è adolescente e ancora minorenne, la decisione spetta al terapeuta, ed ogni situazione è da considerare a sé.
Nel tuo caso, qualsiasi età abbia tuo figlio, c'è l'attenuante che tu hai finito la tua terapia . Dici: "in questo momento". Finché non ne avrai di nuovo bisogno, il problema è minore. Restano le fantasie di tuo figlio in merito alla vostra alleanza, creata negli anni. Lo immagino chiedersi: "Come faccio a parlare male di mia madre a costui che la ha avuta in cura per anni?". E' chiaro che si tratta soprattutto di fantasie, perché nella sostanza il mio collega saprà senz'altro destreggiarsi, anche se con maggiore difficoltà, perché è impossibile non farsi completamente influenzare, coinvolgere. E', diciamo, un problema in più.
Per il futuro e per altre circostanze, tieni conto di questa confusione.
Io, se posso, indirizzo al mio collega anche i figli minorenni o i rispettivi genitori. E' meglio, così non ci sono confusioni di ruolil ed ognuno si sente libero di esprimersi. Il mio collega lavora nella stanza affianco e ci possiamo confrontare per le questioni importanti, mantenendo però saldamente il segreto professionale.
Lo stesso faccio con le coppie, e addirittura gli amici molto stretti.
In passato è capitato che non l'abbia fatto e ho avuto difficoltà aggiuntive. Ora preferisco valutare bene la situazione.
In ogni caso stai tranquilla, la responsabilità è quasi tutta del collega, che saprà cavarsela.
Un caro saluto.

 

 

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