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Il mio troppo inferno PDF Stampa E-mail




Gentile Dott.ssa,
ho 24 anni sono sposata e ho un bambino. Non riesco ad apprezzare quello che ho e mio marito, la sua famiglia e alcuni amici continuano a dirmi che sono un'ingrata perchè non apprezzo quello che loro fanno per me. Mi dicono di tirarmi su le maniche e di prendere le cose come vengono, di camminare avanti e dimenticare il passato... Ho deciso di riprendere la recita, facendo credere a tutti che sto bene, che sono in grado di gestire tutto. Ma non è così, la verità è che non so gestire proprio niente, la mia nuova famiglia mi sta abbandonando come hanno fatto i miei genitori, tutti pensano che io sia abbastanza forte, non sanno che spesso ho voglia di morire, non posso dirglielo perchè non mi ascolterebbero se gli dicessi che mi odio quando provo queste cose, mentre combatto con le unghie e con i denti per evitare che me stessa mi distrugga.

Cercherò di riassumere, anche se mi riesce difficile dare un nome a certe cose.
Quando avevo 14 anni mi sono innamorata di un uomo, ero una bambina. Era la mia prima volta, mi ha legata, bendata e mi ha riportata a casa la mattina dopo. Sono stata con lui per qualche anno, anche un minuto all'inferno e poi non riesci più ad andartene.
E' malato e lo sapevo, ma non capivo cosa volesse dire. Mi ha fatto perdere un bambino, mi ha tolto tutto, tanto da far fatica a pensare di poter essere qualcosa di utile senza di lui. Non so cosa provo per lui, non capisco cosa provo per gli uomini i generale, potrei dire che non so cos'è l'amore perchè lo confondo con mille altre cose. Non mi sento a io agio in una situazione come quella attuale, dove tutti sembrano guardare una stella che io non vedo e procedono nella direzione giusta... mi sento persa perchè non mi ascoltano. Trovo molto conforto nella psicoterapia,ho iniziato da qualche mese. Non l'ho mai detto alla mia psicoterapeuta, ma la ammiro per quello che fa e mi sento in colpa ogni volta a rovesciarle addosso tutti i miei problemi, così ultimamente non riesco più a dirle tante cose anche se dovrei perchè so che mi può aiutare a riflettere...

Volevo aiutare gli altri, il destino mi ha fatta innamorare di uno schizofrenico.Quando sua moglie (che sapeva tutto) l'ha portato via per curarlo, è stato come se mi avessero dato il colpo di grazia.
Mi massacrava, mi uccideva dentro, ma non riuscivo a immaginare la mia "vita" senza di lui. Ho cominciato a fare un errore dietro l'altro, volevo morire, ma per quanto ci provassi da sola non riuscivo ad arrivare fino infondo, avevo bisogno di avere qualcun'altro che mi portasse vicina alla morte... questo è quello che provavo, anche se non mi piace è così. Pensavo di essere utile solo a questo, a far godere un uomo, parlo al passato, ma non è cambiata molto, in realtà, l'opinione che ho di me. Lui l'ho rivisto molto spesso quest'anno e sono riuscita a dirgli addio. Sapendo che sarebbe tornato ho sentito il bisogno di andare con altri uomini, non so dare una spiegazione logica a questo comportamento, cercavo qualcuno con cui avere il rapporto che avevo con lui, forse perchè mi proteggesse, forse perchè così avrei potuto dimostrargli che non era più lui la mia ossessione... non lo so.
E' come se a volte una parte danneggiata, spaventata, malata di me infettasse tutto quello in cui credo e non esiste più mio figlio, non esiste più mio marito. Non li amo abbastanza forse, se faccio queste cose, poi piango notti intere per la vergogna e spero di piangere tanto da soffocare. E più mi sento in colpa più mi sputerei addosso perchè mi faccio schifo. Alla fine mi trascino avanti e mi prendo a calci da sola, portando avanti la mia esistenza per il piacere degli altri, perchè hanno bisogno di me. I miei genitori a un certo punto hanno smesso di curarsi di me e di mio fratello, non facevano altro che litigare mentre io facevo fatica a camminare e a parlare, mi coprivo di trucco e di vestiti perchè non si vedesse il dolore che avevo addosso. Nessuno voleva farci caso, mentre imparavo a sorridere per imitazione, si possono mimare la gioia, il piacere, la calma? Ho passato anni a fingere e non posso smettere.
E non riesco a parlare di tante cose, non riesco a descrivere i miei incubi, ho paura di tante cose stupide e il mio cuore vorrebbe esplodere a volte poi non so più dove sono chi sono e dove sto andando... non ricordo di aver voluto qualcosa di buono per me dopo quel giorno. Ho tanta paura che ci ricadrò sempre, non ho speranza e vorrei averne, ho detto addio a lui, ma non riesco ad amare me stessa, non riesco a capire come posso amare qualcosa che ha fatto certe cose e che mi provoca tutto questo dolore, come se invece di odiare lui, mi fossi divisa in due pur di avere qualcuno da odiare.

Voglio essere una madre e una moglie migliore, non per finta, voglio sentire davvero, vorrei vivere, ma non voglio che gli altri soffrano per aiutare me, non voglio essere un peso per loro. Non riesco a uscire da quest'orbita ...

Anche un piccolo consiglio è oro per me.
Grazie
M.





Cara M.,
la tua lettera è unpo' confusa, come credo la tua storia. Una cosa traspare chiaramente: un profondo male di vivere, e di solito ne soffre chi accoglie la vita nella sua complessità e la vive "troppo".

Credo tu la debba smettere subito di giudicarti. Usi parole durissime, dici che ti odi, che ti prendi a calci, ti fai schifo, ti sputeresti addosso. Mi viene direttamente da chiederti a chi vorresti fare tutto questo, mentre lo indirizzi a te stessa e proteggi lui (o lei) dalla tua rabbia. Tua madre? tuo padre? tutti e due?

Il senso di colpa è un modo strano di investire la nostra aggressività: vorremmo tanto prendercela con qualcuno, ed invece ciò che prendiamo sono tutte le colpe su di noi stessi. Il motivo è proteggere chi amiamo dal nostro dèmone cattivo; ma non solo, c'è un altro simpatico motivo: in realtà accettiamo più facilmente di essere noi i cattivi, e non l'altro. E' più facile credere di non essere amabili, piuttosto che pensare che i nostri genitori non ci amino perché sono imperfetti, carenti, problematici.
E' la storia del mondo.

In altre parole, ti sto dicendo che il tuo accanimento contro te stessa ha dell'inverosimile. E' tempo di confrontarti con la rabbia e il risentimento per gli altri. Non c'è nulla di male: i genitori reali sono già perdonati, hanno fatto del loro meglio e in ogni caso oggi non possono (dovrebbero) più ferirti. I conti dovrai farli con i tuoi genitori interni, interiorizzati, assimilati male o per lo più indigeriti, che ti sono rimasti sullo stomaco e che ancora usi per farti del male, visto che ne sei abituata. E' tempo di uscire dallo schema del "devo soffrire", che ti garantisce un'identità costnte, anche se costosa. Può essere il tempo perché tu possa rinnovare le tue convinzioni rigide sull vita e sostituirle con uno sguardo morbido, possibilista, in grado di sopraffare lo stantio paralizzante che ti sovrasta.

Riguardo all'uomo infernale di cui ti sei innamorata, non mi stupisce. Hai vivificato la tua parte che soffre fino al punto di negare la realtà, almeno quella di tutti, quella 'sana'. Possiamo toccare qualsiasi fondo se ci serve a infrangere l'illusione di un destino precostituito, immutabile. Andare verso la distruzione è comunque un'infrangimento, è uscire dagli schemi paralizzanti. Poi abbiamo tutto il tempo per ricostruirci, a patto di volerlo.

Se tu lo vuoi...

Un consiglio vivace: smettila di proteggere la tua psicoterapeuta dal tuo inferno. Per farequesto lavoro passiamo per il tritacarne, proprio per tollerare qualsiasi (più o meno) girone e per amare l'altro in tutta la sua sofferenza. L'idea dello schifo è tua, non sua. Sii generosa e offriti a lei come a te stessa.

Sempre se lo vuoi.
 

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