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Il bisogno di sentirsi sbagliati? PDF Stampa E-mail

 

 

 


 


Sono un ultracinquantenne in un grave strato di prostrazione, non direi di depressione ma di “alienazione”, nel senso che non provo gusto in nulla di quello che faccio, compresi i rapporti personali, in cui in ogni istante mi sento inadeguato, so benissimo come vorrei essere, entusiaista delle cose, o perlomeno con cose che mi piace fare e altre no, invece vivo tutto in un appiattimento e una distanza. Il problema principale è che questa situazione, che non mi permette più di fare adeguatamente il medico, professione che alla fine del liceo ho scelto “per caso”, e che avrei potuto abbandonare in qualunque momento, in particolare in periodi anche prolungati in cui , da un momento all’altro, si è “spento tutto” (ad es, durante un esame di anatomia al secondo anno, quando da un momento all’altro volevo essere altrove e non mi interessava più assolutamente niente dell’esame e degli studi e avvertendo un pesante senso di estraneazione ed alienazione. Ho poi sempre passato gli esami, non so bene neanch’io come (al secondo anno arrabbiandomi per l’incredulità con i professori), continuando poi la trafila della formazione, in ospedale poi in ambulatorio privato.


In realtà questa alienazione, la sensazione di non capire i nessi delle cose, non saper mai se ridere o star serio, se una cosa che mi viene detta sia seria o faceta, ecc, e di non partecipare a nulla subendo quello che mi capita, risale a molto presto, a quando ho i primi ricordi (2 anni?), con un padre estremamente rigido ma incapace di qualsiasi rapporto nei confronti almeno dei figli maschi, e una mamma iperprotettiva e totalmente inadeguata. La sorella maggiore ha seguito più o meno le orme paterne, apparentemente molto sicura di sé e molto egocentrica ed egoista, e in effetti sposata con un uomo di valore affettuoso, a lei molto diverso, e con diversi figli ormai adulti e “sani” nel senso nobile del termine. La seconda sorella, più ribelle, si è opportunamente allontanata da casa all’età degli studi universitari, e si è riavvicinata recentemente, con la malattia e la morte dei miei genitori. Mio fratello minore, sposato e con 4 figli, da sempre considerato bizzarro, con evidenti a tutti difficoltà nei rapporti personali e nei contati sociali, nonostante l’intelligenza scolastica, è morto alcuni anni fa buttandosi da un palazzo, mentre era in compagnia della moglie e pochi minuti dopo aver discusso con me della situazione di disagio in cui si trovava da un paio di anni, che non lasciava però presagire una fine così tragica.


Io in realtà sono altrettanto se non più “disadattato”,la cosa che grida vendetta al cielo è pensare che apparentemente nessuno abbia mai voluto accorgersene (penso ai docenti, perlomeno quelli di scuola elemntare e media; o forse  qualcosa hanno segnalato ai miei genitori, certamente incapaci di accettare una cosa simile: un nostro figlio con problemi relazionali / psichici. D’altra parte, pur avendo non vissuto fino ad oggi, a un livello difficilmente immaginabile (tempo che non passa mai, atarassia / accidia, …) sono stato sicuramente abile nel cercare di nascondere il mio disagio, ma non ai docenti che avrebbero dovuto accorgersi, nonostante le ottime note. Addirittura io stesso avevo insistito che qualcosa non andava, cosi che il vecchio medico di famiglia mi ha organizzato un esame da uno psichatra (a debita distanza: 300 km), che mi ha fatto un test, addirittura, cosi erano tutti contenti, QI, concludendo che siccome era sopra la media non ci fossero problemi…. Quindi la mia vita è andata avanti così, nel solipsismo, in un ambiente casalingo assolutamente impersonale.

Io da piccolo sentivo i miei genitori come estranei e ei vergognavo di loro, in quanto diversi dai genitori dei miei compagni, più sciolti e che sapevano “fare squadra” con i figli; al punto che mi ricordo non sapevo come chiamare mio padre: padre? papà? Mi sembrò molto strano sentir chiamar “papino” il papà di un mio vicino di casa. Quindi nessun amici (nessuno!), pochissime parole scambiate (rispondevo a monosillabi alle sollecitazioni), progressiva chiusura. Restava risparmiato, non so bene ancora come, il profitto scolastico, numericamente eccellente pur senza studiare quasi nulla (non ero capace, il pensiero volava via), ma del resto pur prenendo la massima nota nelle materie scientifiche, se dovevo spiegare a un compagno le cose con mie parole ne ero del tutto incapace…

Varie volte (diciamo sempre ogni giorno) andare a scuola era un supplizio, essendo per me un ambiente estraneo e non avendo / temendo i rapporti con i compagni, di cui quasi non sapevo il nome…


A diverse riprese ho rischiato la vita da bambino in bici attraversando la starda dietro  un’altra bici, da adolescente nel lago dove appena non si toccava e se non fosse intervenuta mia cugina in un attimo sarei affogato, ma senza alcuna reazione poi da parte mia allo scapato pericolo; boh!.

Ecco la mia vita è un grande boh!. Quando da ragazzo ho visto il quadro di Vermeer e poi il film della “dentelliére” un oscuro presagio mi ha fatto intuire che la mia vita sarebbe stata così.

Ho una fortissima inibizione del pensiero, sono “sempre via” con la testa. In precedenza avevo cercato bene o male di portare avanti il mio studio medico, anche se ogni volta che c’era un problema era piuttosto complicato il passaggio ai vari specialisti e, bene o male, spesso perdevo il paziente,

Inutile dire che mi sento totalmente inadeguato nella mia professione (per tutto quello che precede, faccio molta fatica a prendere una decisione; è così, ma potrebbe essere cosà, e perché non in un terzo modo???


Dimenticavo di dire che mi sono sposato, dopo lunga riflessione (mia moglie sapeva delle difficoltà avute al primo impiego in ospedale), ho 4 fantastici figli che ovviamente, chi più chi meno (3 sono agli studi in un’altra città) soffrono della situazione; il papà può farti mancare tutto, i soldi, ma non il senso la gioia e la positività della vita. Io invece, ovviamente, non vedo alcun futuro e, devo dire, temo la fine di mio fratello, quale unica soluzione razionale alla situazione di mancanza di senso e incapacità di fare i nessi con le cose o semplicemente vivere.

Da 4 anni sto andando da uno psicoterapeuta che, pur dicendosi moderatamente ottimista (???) sostiene che questa strategia di non dar valore alle cose è quello che mi ha permesso di sopravvivere, seno il rischio od es di un suicidio in etä adolescenziale o di lasciar spazio a una forte depressione sarebbe stato altissimo. Ma, appunto, di mero sopravvivere si tratta.

Se penso a ogni istante della mia vita, gli anni pIù importanti, da bambino fino ai 18 ad esempio, penso che ogni giorno, se me ne ricordassi, sarebbe pervaso da questa cappa di non senso, solitudine nel senso di mia incapacità di qualsiasi rapporto, disturbi del pensiero(astrazioni, ad es filosofiche, troppo complicate perché il mio cervello era sempre impegnato, e a che prezzo, a cercare di non pensare e far passare il tempo, per non soffrir e non cercare di capire l’abisso. <Ma quei pochi giorni che ricordo, giorni in cui era succsso qualcosa, ad es. un incidente di auto, mi ricordo benissimo che prima di ciô scendevamo con la slitta sulla neve con dei nostri amici, e io mi mettevo /venivo messo da parte e mi sentivo alienato.


Ecco, in definitiva dopo 4 anni di questa situazione, e con la chiarezza che ho acquisito del resto della mia vita, ho l'impressione che c’è un inizio molto lontano, e che dall’inizio la cosa ha preso una brutta piega, come un fiocco di neve che cadendo puo’ dirigersi sui due due versanti della montagna, finché si ingrandisce e crea disastri.


Non so quante possibilità di uscirne “vivo” abbia, dovrei forse abbandonare lo studio medico e andare alla ricerca di un padre…

 

 

 

 

La tua è una lettera molto complessa, dove più che una domanda specifica c'è una difficoltà esistenziale.

Quindi, più che una risposta on line, ti consiglio vivamente di mettere dentro la psicoterapia che stai portando avanti tutto l'impegno di cui sei capace, perché tu possa elaborare questo gigantesco buco non elaborato.
La strategia di non dar valore alle cose, che tradurrei con una terribile angoscia verso qualsiasi reazione emotiva che ti ha portato a non sentire più nulla, ti ha certamente aiutato a sopravvivere; adesso è il tempo di dar valore alla tua vita e a te stesso andando al fondo del tuo dolore, cercando poi di lasciarti alle spalle i significati che finora hai dato alla tua vita per trovarne di nuovi, al di là di ciò che è stato, per viverti per ciò che puoi essere oggi, nella tua vita.
Penso che tutto sommato tu sia affezionato alla tua vecchia identità e non vuoi mollarla. Ti consiglio di farlo, pagando il prezzo altissimo che questo comporta, e ti invito a cercare nella vita che hai adesso le risposte alla tua identità, e nella vita passata le questioni spinose che ancora oggi ti fanno soffrire tanto da non sentire nessuna sofferenza.
Infine, stai attento a non cedere al gusto di sentirsi sbagliati, perché credimi anche quello è un gusto che crea dipendenza.
A buon intenditor...
 

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