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E' morto mio padre, ed è un sollievo PDF Stampa E-mail




Egregi Dottori,
chiedo gentilmente un consiglio su come elaborare un lutto atipico.

Siamo in 8, tra fratelli e sorelle. Su questi, cinque di noi, da tanti anni, non abbiamo avuto più contatti con lui, dovuto alla cattiveria, ostilità e abusi emotivi e fisici (non sessuali) subiti dall' infanzia. Non covava che odio per noi, spesso rinfacciandoci quanto rimpiangeva di averci avuto. Tutto questo, andando in chiesa ogni domenica.

Al momento della sua morte era divorziato da mia madre da ben 30 anni; anche lei "vittima" impotente e emotivamente assente. I due dei miei fratelli che hanno saputo del decesso ed assistito ai funerali non hanno avuto la decenza di avvisare nessuno di noi, compreso il mio zio (fratello del mio padre).

La mia frantumata famiglia risiede negli Stati Uniti; io invece, da 20 anni, sto felicemente lontana, in Italia. Non sarei andata negli USA per i funerali, anche se avessi saputo per tempo.

La vita qui in Italia mi ha dimostrato, per la prima volta, come i padri di famiglia adorano le loro figlie, in netto contrasto con la mia esperienza. Di conseguenza ho cominciato a considerare quanto questa mancanza aveva condizionato la mia scelta di uomini poco disponibili, freddi e emotivamente distanti.

Alla notizia della sua morte ho provato un senso di sollievo; la liberazione da un lutto durato 30 lunghi anni.
Mi rendo conto, invece, che non è così automatico e non posso rischiare di commettere l'errore di sottovalutare l'accaduto.

Vorrei elaborare il lutto in modo consapevole, consono alle circostanze, per voltare pagina e riappropriarmi della mia autostima e vita.
Purtroppo non trovo niente scritto sull'argomento, essendo appunto, atipico. Apprezzerei qualsiasi Vostro suggerimento.

In attesa di una Sua risposta e scusandomi per gli eventuali errori ortografici (l'italiano non è la mia madrelingua), Le porgo i miei
distinti saluti.
C.






Cara C.,
hai un buon italiano, in realtà. Questo mi fa riflettere, perché sono convinta che il grado di affinità con la lingua ospite sia la misura di quanto accogliamo l''esilio'. DI conseuenza probabilmente è vero che l'Italia per te è un ospite amorevole.

La tua è una storia triste. Forse hai ragione, il tuo lutto meriterebbe un pianto; almeno per il dolore di non avere sentito l'amore del tuo papà; e per averci rinunciato, accontentandoti di una vita affettiva fredda.
Credo che la questione fondamentale sia la sensazione di rifiuto che tu hai vissuto. Per certi aspetti è peggio dell'essere orfani in tenera età, anche se non è così scontato. L'orfano porta con sé il senso d'abbandono senza un volto a cui scaricare la rabbia e il dolore, però la sofferenza è ambivalente e in un certo senso l'immagine sacra del genitore è preservata e idealizzatta. Il vantaggio è che il genitore interno, l'imago, è anche buona, strappata alla vita, abbandonica, ma possibile di amore e affettività potenziale. Nel tuo caso, invece, il volto di tuo padre è lindo, visibile, non idealizzabile, e crudo nella sua brutalità.

Eppure, proprio questo potrebbe diventare la tua forza.
Tu hai avuto davanti un uomo, in carne ed ossa, mescolato a tutte le sue vulnerabilità e miserie, proprio come tutti gli esseri umani. Fallibile, limitato, imbrigliato nella sua pochezza.

Questo per te è già fonte di grande dolore: è inaccettabile per un figlio che suo padre sia fallibile. E' più facile accollarsi la responsabilità del suo odio per noi, e credere di essere noi la parte nera, cattiva, non amabile. Per questo probabilmente hai continuato a scegliere uomini anaffettivi.
Un bel giorno però cresciamo e capiamo che nostro padre è il vero responsabile. Allora arriva la rabbia, perché vorremmo cambiarlo. Ma lui non cambia, e a noi resta la rabbia.

Il punto è che tuo padre è stato ciò che è stato, suo e tuo malgrado. Non ha potuto fare di meglio. Ad un estraneo possiamo anche non perdonare di non essere come noi vorremmo, perché la nostra vita continua serena anche senza di lui: ognuno per la sua strada, senza invischiamenti né lamentele. Ma ad un enitore non perdoniamo nessuna debolezza, perché prende subito la forma del disinteresse per noi.

Non dico che tuo padre non fosse disinteressato a te; non posso saperlo, come neanche tu puoi saperlo con sicurezza. Di certo è stato un padre discutibile, ma era comunque tuo padre. Hai avuto questo, con tutte le sue muffe. Far finta che non sia esistito e trattarlo come un estraneo è una specie di dellirio. UN delirio comprensibile per te, che ti ha permesso di andartene e farti una vita bella, come la vuoi tu. Ma resta un delirio.

Il dolore lo hai. E' lì, dentro di te, vorrebbe esplodere come una bomba atomica, ma tu lo temi e lo tieni silente.
Il dolore è parte della nostra identità. Ci fa più paura di quanto dovrebbe, perché se lo si conosce, lo si attraversa, lo si guarda con occhi adulti, è tollerabile, quasi dolce.

Purtroppo quando siamo bambini, delicati, inesperti, bisognosi, è tutt'altro che dolce. E' una lama che uccide l'anima, e ci fa impazzire. Per non ipazzire, troviamo soluzioni creative, come per esempio la rabbia, il distacco.
Tutto per dirti che il tuo lutto atipico può diventare un lutto normale. Atipico, è stato tuo padre. Ma la sua morte è la morte di un padre, il tuo, che ora aspetta il tuo perdono, e dunque la tua separazione, quella vera, profonda, che ti permetterà di avere nel tuo passato una brutta esperienza, con un padre (uomo) inadegato e fallibile, ma che ti permetterà la vita che vuoi tu, perché ora tutto dipende da te.

Non posso che consigliarti, se te la senti, di farti accompagnare da una psicoterapia. E' un'occasione importante, per te.
Se non te la sentissi, ti sugerisco comunque di stare tanto con te stessa, di scrivere, pensare, riflettere, piangere.

Un caro saluto.




 

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