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Amore o transfert? PDF Stampa E-mail



Gentile dottoressa, Vorrei tanto avere una risposta da una persona competente e di sicura esperienza relativamente ad un rapporto terapeutico che ho instaurato con una psicoterapeuta. Mi perdoni la possibile confusione nello scrivere e nell’esporre ma, in tale momento, sono molto agitato e i fatti non sono facili da spiegare in poche parole. Mi sono innamorato della mia terapeuta ma questo stato di cose, a mio modesto parere non è legato ad un fenomeno di transfert (ove mai questo contasse) poiché non mi ha preso il suo senso di accudimento e l’aiuto che la stessa mi dava (del quale riuscivo a fare tranquillamente a meno, non sono mai stato dipendente da lei, nemmeno nei momenti di maggiore difficoltà, tant'è vero che non la chiamavo anche se mi aveva autorizzato a farlo....rectius l'ho fatto solo qualche volta ma non per me ma perché avevo visto che in terapia ci rimaneva male se non lo facevo se avevo difficoltà)bensì la sua persona, la sua fragilità nonostante un’ apparente maschera di determinazione e sicurezza, i suoi dolori passati che i riuscivo a percepire dal suo modo di fare (ad esempio le chiesi come mai una persona quando si lascia ricorda solo i momenti brutti e non quelli belli? Lei di botto sbalzando dalla poltrona disse….è una forma di difesa….lì vidi una grande dolore che me la fece già cominciare a vedere non come una professionista e basta….tuttavia ancora non realizzavo almeno a livello razionale). Qualcosa di significativo (ex post ricostruendo) è successo in occasione di un lutto che ha colpito la mia terapeuta. Sono stato al funerale di un suo congiunto e vedendola piangere nell’arco della giornata ho vissuto uno strano stato di stordimento… non sapevo cos’era……ma forse era il vedere l’essere umano e non più una perso invincibile che credo ogni paziente veda.

Ad ogni buon conto, nel riprendere la terapia dopo detto lutto, nel farle presente un momento di difficoltà che avevo vissuto lei mi disse “perché non mi hai chiamato?” io le dissi che non l’avevo fatto per lasciarla tranquilla al suo lutto….lei disse “tu mi vuoi bene” io dissi “trattasi solo di educazione” lei ribadì…no ti mi vuoi bene…e io dissi….se lo dici tu… (in altri termini lei già sapeva del mio bene per lei in me ancora inconsapevole). Alla fine dell’incontro le diedi un bacio sulla guancia (che lei permise a mia richiesta) e mi abbracciò in modo forte, quasi prorompente di sua iniziativa (sorprendendomi) dicendomi che mi aveva sentito molto vicino.

In quel momento ho sentito una cosa strana (non saprei descriverla) ma piacevole. Tuttavia, almeno razionalmente, non mi balzava nulla per la testa di diverso rispetto al semplice rapporto terapeutico. Già da quel momento (ma credo anche prima) la mia terapeuta già sapeva che io provassi qualcosa per lei ancora prima che io capissi. Tutto questo a fine 2010. Agli inizi del 2011 la mia terapeuta, contando sulle mie capacità professionali, mi affida la gestione di una sua pratica legale (sono un avvocato) brillantemente portata a termine a fine giugno con un ottimo risarcimento (al contrario dei precedenti legali che non sono riusciti in tal senso). Premetto che in me cominciava a farsi strada una sorta di sentimento
che mi faceva essere felice, mi faceva mangiare il lavoro …insomma mi faceva stare bene. Ma l’intensità di questo sentimento (da me all’inizio ben frenato, nel senso che ci andavo con i piedi di piombo) è cresciuta di fronte agli atteggiamenti della mia terapeuta che mi ha fatto liberare dalle difese iniziali.

La mia terapeuta, infatti, ha cominciato ad avere degli atteggiamenti “strani” rispetto ai quali altra giustificazione non riesco a dare se non con un attrazione molto forte verso di me. Ad esempio: “quando sarai importante non dimenticarti di me, noi non ci dobbiamo perdere di vista”…. “io non mi stanco di fare la terapia con te, sei così candido, così puro, così volenteroso (commossa)”… “dobbiamo fare un sacco di cose insieme”….. “ti devo venire a trovare allo studio”. Voleva anche farmi prendere incarichi legali nella comunità dove lavorava. Ci sono stati ulteriori abbracci, mi ha preso qualche volta le mani, una volta durante un abbraccio le baciai i capelli (pensai dentro di me: madonna che ho fatto) lei non mi disse nulla e quando già ci eravamo salutati mi richiamò dall’uscio del suo studio dicendomi: “mi raccomando vai a vedere quella manifestazione” (solo dopo capii che ci sarebbe andata anche lei ed era una scusa per vedermi). All’inaugurazione della pizzeria di amici in comune, io non andai (sinceramente avevo un po’ di paura nel vederla fuori, non ero ancora del tutto privo di difese) e lei chiese al mio migliore amico “ Ma Mario? Non viene?”. Mi parlò film il cigno nero suggerendomi di vederlo….io lo vidi e quando mi telefonò per l’appuntamento gli accennavo alla trama…lei mi bloccò affrettando la chiusura della telefonata…ci rimasi un poco male ma poi capì perché lo aveva fatto….aveva un disegno…..la seduta successiva (io temevo che l’episodio del bacio sui capelli accompagnato dalla frase “vorrei sempre stringerti”) mi propose di uscire a mangiare una pizza con dei nostri amici in comune e mi disse pure che avremmo parlato del cigno nero. Cosa particolare (solo dopo avevo saputi) aveva già programmato tutto senza che ancora mi avesse chiesto nulla prima. Inutile dirlo che questo invito mi ha reso felicissimo, toccavo il cielo con un dito…..allora si che ho cominciato a crederci…..a crederci che fosse in corso qualcosa di meraviglioso…che i miei sentimenti (in me tanto combattuti) fossero ricambiati.

Addirittura una volta mi chiamo per sapere quando c’era il nostro appuntamento (una scusa visto che l’aveva sull’agenda). Nel frattempo per un infortunio ho dovuto ingessarmi il piede e quindi questa uscita è stata rimandata. Quando avevo il gesso, a Pasqua le ho mandato un semplice messaggio di auguri con “spero di rivederti presto”….la sua risposta mi ha sorpreso e reso ancora più felice (maledetto gesso) “Essere nei tuoi pensieri mi rende felice….anche io spero di rivederti presto…”. Nell’area si sentiva una magica atmosfera e massima empatia. Chiaro che sono diventato più ardito (relativamente) esponendomi anche io (prima faceva tutto lei) anche con un bacio sul collo quando le dissi, dopo che mi ero ristabilito, che mi era mancata. Ecco cominciare, poco dopo, i suoi atteggiamenti di chiusura, diametralmente opposti ai precedenti (comincio ad incolparmi senza motivo di non aver avuto pazienza…anche se poi pensandoci stiamo parlando di una donna adulta non certo di una ragazzina). Ma anche nella sua chiusura aveva delle contraddizioni….ad esempio nel chiamarmi dopo tre settimane (per me interminabili) che non ci eravamo visti per suoi problemi di salute io le ho detto “non ti preoccupare…. riposati ancora una poco” e lei….”sai son tre settimane….c’è un certo legame”.
….
Subito dopo, a correggere la sua esposizione, “cioè con tutti i miei pazienti c’ è un certo legame”….(credo che la vera persona sia nella parte in cui si lasci scappare queste aperture). Ancora prima, dall’ospedale, pur avendo diversi amici avvocati, mi ha chiamato per un consiglio legale per la sorella. (tutto questo verso maggio giugno 2011 periodo in cui maturavo già l’idea di
interrompere la terapia….cosa che non facevo per non metterla in allarme e metterla sulla difensiva). Vi è stato un periodo in cui si è chiusa ancora di più sino al punto di arrivare a dire, che un nostro amico in comune non poteva fare terapia con lei in quanto era emotivamente coinvolta a differenza di me che ero un paziente (ma come non sei emotivamente coinvolta e combini tutto
quello di cui sopra?). Dopo tutto questo penare verso fine luglio finalmente (dopo i rispettivi malanni) riusciamo ad uscire.

Andiamo in compagnia di due amici comuni (un fratello e una sorella) in un agriturismo (inutile dirlo che avevo il cuore in gola e mi ero tirato a lucido) e passiamo una bella giornata al punto che lei stessa (al di là delle più rosee aspettative perché dopo le
nette chiusure era già un risultato aver fatto questa uscita), ha proposto di rivederci subito dopo l’estate e programmava tante occasioni d’incontro in cui ovviamente c’ero anche io (io felicissimo e stranamente ansioso che l’estate passasse). Medio tempore è giunto il suo compleanno e da Londra le ho fatto recapitare dei fiori bellissimi per ringraziarmi dei quali lei mi ha scritto il seguente messaggio “svegliarsi col profumo dei fiori……grazie di cuore”. Quando sono tornato l’ho chiamata per un nuovo
appuntamento e lei mi ha detto “sai ti ho pensato molto spesso”. Allora io mi domando e dico ma se mi vuoi allontanare perché le comunichi che l’hai pensato molto spesso sia pure circostanziando tale affermazione per i pregressi disordini Londinesi? Io
credo che se una persona ti è indifferente non la pensi molto spesso (io non penso a una mia cliente molto spesso anche se dovesse andare in guerra) e non mi ribadisci la cosa anche in terapia nell’ambito della quale riapri il discorso su quanto ti hanno fatto contenta i fiori (già ero stato ringraziato).

Rebus sic stantibus proviamo ad organizzare ancora, ma al mio amico comune, che le faceva presente che io ero molto affezionata a lei, ha detto che era normale che lo fossi visto che mi stava aiutando. In altri termini ha detto a chiare lettere che i miei sentimenti non erano veri e solo transferali (magari per coprire i suoi errori, umani ma comunque errori). A questo punto,
decisamente ho interrotto il rapporto terapeutico (già compromesso perché andavo li solo per la donna sebbene facessi progressi dovuti alla mia intelligenza e al fatto che avevo capito dove la mia ex terapeuta mi volesse far arrivare) in quanto non mi era più funzionale (per me e per conquistarla: avevo oramai perso la terapeuta e la donna) e in quanto era oramai chiaro che
ci voleva un forte scossone (dal momento che lei temporeggiava anche sulle future uscite da lei stessa proposte). Abnorme è stata la sua reazione. A parte il fatto che la mia ex terapeuta era molto agitata a questa notizia (forse non se lo aspettava), negava con forza che io potessi provare qualche sentimento (per il quale ho chiesto solo rispetto e non necessaria condivisione) per lei volendo ricondurre tutto a un fenomeno transferale (come se poi fossi così facile distinguere). Io le ho detto che avrei parlato con lei di quello che provavo, ma da uomo a donna ovvero fuori dal contesto terapeutico e fuori dal suo studio….., lei mi ha detto “o lo fai qui o non lo fai più”....io non ho accettato......lei mi diceva che non c’era nulla tra noi……poi di fronte alla
mia decisione nel volere andare via mi ha detto: “io non posso svestirmi del mio ruolo”....io “non c'è più il tuo ruolo”....lei “allora non c'è niente”..... subito dopo lei “più di un'amicizia non ti posso dare”.....io mi chiedo...ma si può sapere cosa vuoi? Non capisco la sua reazione così abnorme, così ferma nel negare qualsiasi sentimento da parte mia e qualsiasi possibilità di spiegarle
al di fuori i miei sentimenti (nell’ambito della terapia non sarei stato un uomo bensì un paziente e da paziente sarei stato svantaggiato perché tutto è interpretabile da chi ha gli strumenti adatti). Forse perché negando i miei sentimenti nega i suoi errori? Forse perché così facendo si difende da qualcosa che anche lei prova e vuole negare a sé stessa. In tutta questa storia la mia ex terapeuta faceva un passo avanti verso di me e come io lo facevo verso di lei la stessa ne faceva due indietro. Sono ben conscio che la mia ex terapeuta ha commesso gravi infrazioni disciplinari ma vorrei capire il perché di tutto questo. Nonostante tutto io non credo che la mia ex terapeuta sia cattiva e abbia tali comportamenti verso tutti i suoi pazienti (se così fosse o dovessi scoprirlo, senza fallo mi adopererei perché non possa più esercitare la professione,ho elementi in tal senso. Persone più deboli di me potrebbero restarci secchi e la mia coscienza non potrebbe rimanere inerme).


Sicuramente, come dicevo, come terapeuta ha commesso errori imperdonabili e in alcun modo giustificabili......ma come donna io credo che lei sia entrata in un profondo conflitto e che il suo aspetto vero sia quando si lascia andare. Un conflitto tra il suo ruolo e la donna...credo che abbia provato o provi qualcosa ma che lo neghi a sé stessa prima forse perché non accetta o non vuole accettare che da professionista sia successo questo....me lo fa pensare anche il fatto che dopo che le ho comunicato fermamente che volevo interrompere la terapia, quasi nel salutarci (per la prima volta con la mano.....spesso e volentieri li si
faceva con abbracci)mi ha detto "non posso svestirmi del mio ruolo" al che le ho dovuto ribadire che il suo ruolo non esisteva più.....anche in questo caso estremo la terapia era la sua difesa estrema. Probabilmente la mia terapeuta
dovrebbe lei stessa analizzarsi (quasi si sono invertiti i ruoli tra me e lei in alcuni casi) ma sento di amarla e di poterle stare vicino facendole capire che mi basta stare solo in sua compagnia ove mai fosse onesta e non si chiuda in una fortezza inespugnabile di difesa mentale....in quel caso neanche un'arma nucleare riuscirebbe a scardinare detta fortezza "è possibile vincere la
forza di gravità, ma non la forza di repulsione che l'anima esercita quando vede un'altra anima avvicinarsi ed esporsi" (grossmann).
Cosa posso fare per recuperare la donna? Se analizzo le cose con calma io credo che la sua condotta faccia acqua da tutte le parti, perché mai ha avuto tutte quelle oscillazioni se non provava nulla? Vorrei avere delle risposte in merito, sono a pezzi……mi conviene non cercarla? Cosa posso fare per avvicinarla?



Un bel casino, caro M.
Un casino dove siete cascati entrambi.
La domanda che mi fai non ha risposta, perché non c'è una verità. CI sono però molte cose che mi colpiscono. Vediamo come posso ordinarle.
La realtà è che non ci può essere mai un limite indiscutibile tra l'amore e il transfert. L'amore è un po' transferale e il transfert è una forma d'amore. Questa distinzione non ha da sola il potere di dare senso alla tua esperienza. Ciò che percepisco è che ti sei avvicinato alla donna gradatamente, solleticato dall'ambiguità dei vostri scambi; e l'ambiguità è prepotentemente erotica.
Mi colpisce tanto il tuo piede rotto. Casualità? nel mio lavoro non esiste la casualità tout court. Forse è stato il tuo ultimo disperato tentativo di interrompere la caduta negli inferi?
Sono convinta che tutto quello che ci accade ha un senso importante per noi, qualiasi cosa. Forse vi siete davvero attratti, ma non vi siete protetti. Proteggervi era suo compito. Il setting si tiene integralmente o si rompe del tutto. Il vostro rapporto è stato promiscuo, né terapeutico né amichevole né amoroso. Ognuna delle tre cose sarebbe andata più che bene, ma una sola, e comunque le ultime due escludono la prima. In questo caos diventa impossibile, ripeto impossibile, essere lucidi di fronte all'esplosione di sentimenti come i tuoi. Non sono leciti in nessun caso, e il vostro rapporto diventa un non rapporto.
La collega ha fatto forse degli errori, magari anche lei spinta da una difficoltà con se stessa. Il nostro è un lavoro molto complesso e difficile, in cui impariamo appunto a gestire le nostre difficoltà affinché non feriscano l'altro. Quando non riusciamo, per questo è prevista la figura del supervisore. La responsabilità su un paziente è una cosa ineliminabile, e viene prima di ogni cosa.
Personalmente trovo davvero grave il pasticcio di ruoli, tu che le fai da avvocato, lei che ti invita ad una serata (e tu ti rompi un piede!), eccetera eccetera. La psicoterapeuta è tale e basta. Ha un ruolo delicatissimo e deve essere preciso. E' una professionista che paghi, che si mette al servizio della tua consapevolezza. Un essere umano certo, continuamente vigile su ogni sua debolezza o sfumatura che possa ostacolare il processo di aiuto. Dei due, uno solo si può davvero abbandonare all'altro, e questo non è lo strizzacervelli. E' un mestiere di grande attenzione, monitoraggio e automonitoraggio. Come mi dicevano i miei maestri, il paziente ha sempre ragione e può fare quello che vuole; siamo noi a dovere avere gli occhi magici per fargli notare cosa accade.
Nel vostro caso, dal tuo racconto, sembrate due scolari che amoreggiano di nascosto. E ripeto, non eri tu a doverlo notare.
Tu puoi comunque perdonarla, e forse trarre dei frutti da questa complessa esperienza, ma non puoi cambiare le cose per come sono avvenute. E non puoi avere da lei ciò che, per chissà quali motivi, suoi e solo suoi, lei non vuol concederti.
A questo punto è una donna, una donna come le altre, che può accettare o rifiutare la tua corte. Molte donne hanno risposte ambivalenti alla corte di un uomo. Isteria? paura? manipolazione? chissà... Di fatto un uomo può scegliere di insabbiarsi o allontanarsi.
A te la scelta.
Qualora lei vorrà lasciarsi andare a te come uomo, lo farà e sarai il primo saperlo. Altrimenti, non ci sarà niente da fare.

Spesso con il mio uomo, che fa il mio mestiere,fantastichiamo che se ci fossimo conosciuti in un setting terapeutico ci saremmo innamorati dopo 10 minuti. Probabile, ma fa parte della fantasia l'interruzione immediata della terapia. Se è solo il paziente ad innamorarsi, un bravo professionista può gestire la cosa e anzi usarla nel lavoro, ma se ad essere coinvolto è il terapeuta, continuare diventa un'incoscienza.
Non c'è niente di più irragionevole e folle dell'amore, e queste due cose sono del tutto incompatibili con una relazione di cura, cheper definizione èasimmetrica. Il rischio è giustappunto la seduzione, anche inconapevole, che a parer mio èuna componente sostanziale nella tua esperienza.
Spero di averti minimamente aiutato.
Un saluto e un augurio.



la saluto e grazie in anticipo.
M.

 

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