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Affrancamento dalla mia famiglia PDF Stampa E-mail





Gentilissima dott.ssa Di Mauro,

sono un ragazzo di 22 anni. Nella vita sembrerebbe, guardandomi dall'esterno che vada tutto bene: sono fidanzato, mi sto per laureare in infermieristica con voti alti e tanti successi e posizioni sociali che ottengo. Il mio problema è un senso di malinconia e di rabbia che sfocia in eruzioni pubbliche che non mi fanno stare bene e ultimamente si riversano sotto forma di iperfagia compulsiva. Ultimamente sono anche molto ingrassato.


Quando avevo 17 anni ho intrapreso la psicoanalisi. Tante cose in me erano cambiate, stavo meglio (a parte una malattia intestinale cronica che è iniziata da allora, intendo psicologicamente meglio). La terapia era molto bella: esistevano orari fissi (credo sia parte integrante della terapia), si parlava per libere associazioni, di sogni eccetera. I problemi però sono insorti con la mia famiglia, perchè la terapeuta mi spronava a rompere il cordone ombellicale (es. fare un servizio con un amico e non con mia madre). I miei mi convinsero a lasciare la terapia perchè secondo loro mi invogliava a non prendere le compresse per l'intestino (a distanza di anni però forse mi rendo conto che lei voleva rompere la dipendenza con i miei, siccome mi "costringevano" a prenderle, e parlare della questione "pillole" in terapia). Fatto sta che ho lasciato la terapia e non ho il coraggio di salutarla nemmeno per strada. Mi ci sono anche molto affezionato e questo non lo dicevo mai in terapia quando lei spesso mi chiedeva cosa provassi per lei (penso volesse sfruttare il transfert).

In seguito ho iniziato una terapia cognitivo-comportamentale. Il terapeuta bravo; le modalità terapeutiche troppo fredde per un romantico come me (sono anche musicista). Fatto sta che "apperentemente" sono migliorato, ma semplicemente la rabbia e la malinconia si sono chiuse in me. Ma visti i miglioramenti dall'esterno i miei hanno iniziato a fare questioni di soldi.

Ultimamente sono in terapia breve da uno psicanalista in ospedale: dicono che ha risolto molti problemi (anche se i problemi li risolviamo noi). Però vado, chiaccheriamo insieme, mi dà pillole di saggezza, fa domande sul passato alla quale risponde in modo scontato (tipo: devi scrollartene di dosso). Ok, se mi devo sentire queste cose me le scrivo su un foglio in scrivania e me le leggo tutti giorni. Credo che la psicoanalisi sia altro, la mia idea è sempre sulla prima terapia. Poi mi fa fare del training autogeno.

Come posso fare? Sembra che io non sia compreso. Mia madre chiama i terapeuti per nome, come se fossero amici a cui confidare qualcosa. Io VOGLIO stare bene, perchè so che questo stare bene è dentro di me, ma mi sono fatto un guscio, con tanti buchi. Grazie.




Ciao caro, è evidente che hai un problema con la tua famiglia di origine; ovviamente non è più lei il problema, ma la tua difficoltà a staccartene.
Non ho capito perché non sei ritornato dalla tua prima analista. I tuoi non vogliono? ti vergogni? vuoi sabotare il tuo desiderio e la tua crescita?
Scegliere la terapia comportamentale dopo un'analisi (che funzionava) è alquanto bizzarro, di certo non mi stupisce che abbia dato risultati più superficiali (che comunque sono meglio di niente).

Da quello che ho capito, tu hai molto chiaro che serve un tuo affrancamento dalla famiglia. Non serve aspettarsi che le cose cambino e loro capiscano alcunché. Devi essere tu a capire che la tua vita è al di là dell'infanzia e della dipendenza. Sei un uomo e devi lottare per te. Tua madre è libera di fare quello che vuole, e tu libero di agire e reagire come vuoi. La lotta che ti aspetta non è verso o contro tua madre, ma nei confronti del tuo conflitto personale tra crescere e non crescere, tra la vita e il grembo.

Devi farcela, devi andare avanti. Devi trovarti un'indipendenza economica, sopportare il dolore e il senso di colpa, guardare oltre e amare l'immagine di te al di là dell'inferno in cui sei. Devi crederci, farti coraggio, stringere i denti e non avere paura di soffrire: il dolore che ci fa crescere non ci uccide. Ad ucciderci è la pulsione di morte, l'abitudine, l'automatismo ad una vita già preformata, non nostra, non scelta. PIuttosto cerca di sopportarlo. il dolore, quello del distacco, quello che ti prenderà alla gola quando cercherai di andare contro la cultura della tua famiglia, che ti chiederà di cedere alle sue richieste pur di non farti sentire così disperato.
Mangiare, masticare, è un modo come un altro per scaricare l'aggressività e l'energia che dovrebbero andare in un'altra direzione, più mirata e meno sintomatica. Devi masticare la tua vita, non polli arrosto.

Richiama la tua prima analista, raccontale tutto, chiedile aiuto, seguila. Impara a mandare al diavolo le tue pressioni nevrotiche, e sappi che solo quando siamo davvero liberi, liberi liberi, dalle ingiunzioni genitoriali, possiamo amare davvero e con gioi nostro padre e nostra mare, nonostante i loro errori e la loro vulnerabilità (spesso aggressiva).

E' chiaro: nessun affrancamento è possibile senza lottare contro ciò che ce lo impedisce, che è sempre parte di noi. Il lavoro di analisi o di psicoterapia è duro, faticoso, doloroso, lacerante, perché piano piano ci allontana dal legame sintomatico con le nostre origini, e ci toglie le stampelle.

Nessuno è più importante di te.
 

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