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Il mio parere
Autoscatto PDF Stampa E-mail

 

Non è una cosa qualunque farsi degli autoscatti. È un tentativo di guardarsi con gli occhi degli altri, di oggettiva la nostra soggettività, di cogliere chi siamo, come siamo. Una volta era complicato, bisognava premere un tasto che avrebbe fatto scattare la macchina dopo 10 secondi, a distanza. Non era possibile prevedere l'immagine esattamente. Ora è facile, e per chi si fa i selfie può essere visto come narcisismo. Certo che lo è, ovvio. Chi non lo è, narcisista. Ma c'è dell'altro, secondo me. Il bisogno che abbiamo di immedesimarci con chi ci guarda, con chi ci vede con i suoi occhi, con chi può, al contrario di noi, osservarci nei dettagli, scovare le nostre imperfezioni, avere un pensiero su di noi. C'è l'angoscia, la vergogna, la speranza che l'altro non veda poi così bene (e invece no, vede benissimo). C'è anche la nostra vergogna, profonda, quando guardiamo le nostre foto, quelli siamo noi, quella sono io, sono io, è terribile, così irrimediabilmente immodificabile, così incontrollabile.

Per cui sì, perdoniamoci anche uno scatto fatto in posa, con un sorriso un po' esagerato, con l'espressione di chi vorrebbe avere autostima da regalare, ma da regalare ha solo, appunto, un'immagine.
Nessuno è libero da insicurezza e narcisismo. Ma in fondo, forse non è poi così grave.



 
"Suits" PDF Stampa E-mail

Una riflessione su che cosa è la psicoterapia.
In una delle puntate della serie televisiva "Suits" accade una cosa. La premessa è che la serie è abbastanza leggera e gli americani particolarmente bacchettoni. Il fatto: il terapeuta del personaggio Louis gli dice con tono addolorato che se dovesse compiere il gesto immorale che ha in mente (sorvolo) la terapia finirebbe, per il giuramento deontologico che lui (il terapeuta) ha fatto di non nuocere. Motivo: vorrebbe dire che la terapia non sta funzionando.
È come se io dicessi ad un mio paziente che sta per fare qualcosa contro qualcuno: "Se la fai il nostro rapporto finirà perché io ho giurato di non nuocere".
Calcolando che io ho combinato più pasticci dei miei pazienti, e calcolando quanto sono e sono stata nociva persino senza saperlo, mi parte una gigantesca riflessione.
Non so come in America considerino la psicoterapia, se sia confusa con la pedagogia, o se la mia 'gnoranza mi fa 'gnorare la deontologia internazionale, o se ho sbagliato mestiere e coltivo assassini nel mio studio, ma... davvero (sarcasmo a parte) io non lo so cosa sia giusto, non lo so. Non so cosa sia etico, non so cosa possa nuocere, non so cosa io possa dire con certezza ad un paziente che sia sicuramente sbagliato, a parte le cose ovvie come la violenza, le relazioni incestuose e... mettere la nutella sulle savadas.
Credo che continuerò a mettermi le mani nei capelli davanti ai pazienti pasticcioni, a sorridere (o piangere, dipende) e a ricordare loro che ogni scelta ha un prezzo, nel bene e nel male, e che sta a loro fare quella che in quel momento reputano la scelta con il prezzo che vogliono pagare.
È questo il giuramento che ho fatto, prendermi la responsabilità di sopportare la frustrazione, l'attesa, il carico emotivo legato alle persone che ho scelto di seguire, senza neanche l'ipotesi di abbandonarle perché ci mettono troppo tempo.

A meno che non pensiamo alle parole dello strizza come ad una furba strategia per scuotere il povero Louis. Be', in tal caso cambierebbe tutto:qualunque strategia che serva a far smuovere il paziente dalla paralisi nevrotica, è lecita.




 
Sul genitore eroe PDF Stampa E-mail



Ho notato che in questo periodo va di moda dire che un buon genitore dovrebbe aiutare il figlio a diventare se stesso, accogliendone la diversità e aiutandolo a realizzarla.
Con i miei soliti modi burberi e provocatori dico che è una bestemmia.
La responsabilità della propria vita, in primo luogo, spetta al soggetto, non al genitore. Il genitore, oltre che a copulare all'inizio, è chiamato a nutrire il figlio, educarlo al mondo civile, dargli amore (non troppo) e attenzioni (non troppe), farlo studiare fino a 16 anni, se poi riesce anche dopo meglio, non rompergli troppo le scatole ed evitare di rendergli la vita (e la crescita) impossibile.
Tuttavia credo davvero che i desideri e l'amore per la propria realizzazione siano responsabilità dei soggetti, non dei genitori, e una volta raggiunta l'età per realizzarli ognuno debba darsi da fare per realizzarli, senza recriminare il passato e senza aspettarsi l'aiuto di mamma e papà.
Il genitore non è chiamato ad aiutare il figlio a realizzare la sua soggettività, i suoi desideri, la sua verità. Il genitore, semmai, è chiamato a farsi un po' da parte, via via che il figlio cresce. Ma non è obbligato ad amare le scelte dei figli. Non è obbligato ad esserne felice. Se ci riesce bene, ma se non ci riesce amen. La sua parte non è quella della bella musa o del guru ispiratore della retta via, anzi, al genitore spetta la parte odiosa dell'educazione e della norma. Mamma e papà devono essere abbandonati, considerati vecchi e bacucchi, non eroi. Sarebbe paradossale: un genitore che aiuta il figlio a diventare se stesso. Dio mio, sto male solo a pensarci. Dov'è dunque l'affrancamento? dov'è l'emancipazione? E' da solo che il figlio deve trovare la sua strada, non mano manina con il papà o la mamma.
E' l'individuo, lui da solo, che ha la responsabilità di sé e della propria vita. Basta con questa chiamata alla missione genitoriale dell'onnipotenza salvifica. I genitori sono un campo di allenamento alla vita, il primo ostacolo, ogni tanto un punto di appoggio e se proprio va bene anche un piccolo aiuto; non sono né "la vita", né la salvezza, né poi così determinanti, sempre che il figlio voglia, e sempre se la smetta di essere figlio in eterno.
Insomma, andiamoci piano con queste generalizzazioni e semplificazioni. La psicologia è una scienza complessa, che lavora con le ambivalenze e le contraddizioni come pane quotidiano, e non ci sono, non ci saranno mai, ricette semplici, anche se rivoluzionarie o apparentemente stravolgenti.
La verità è sempre scissa in mille pezzettini, e noi del mestiere non dobbiamo incollarli, ma tollerarli e farci i conti.