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Quando muore il nostro amico quattrozampe PDF Stampa E-mail

 

 

 

 

“Non aggrapparti a qualcuno che se ne va, altrimenti non sarà possibile incontrare chi sta per arrivare”

(C.G.Jung)




La morte

La morte della nostra bestiola è un lutto, un lutto molto doloroso. Per qualcuno può sembrare un’assurdità; quante volte abbiamo usato o abbiamo sentito usare con ironia la frase: “Ma che faccia hai, ti è morto il cane?”, come a voler prendere bonariamente in giro l’argomento, come se la morte del cane non potesse essere realmente una fonte di dolore. Vallo a dire a chi possiede un cane, o a chi davvero ha appena perso il suo cane, e vediamo come la prende. Vediamo se ride. No, non ride, anzi probabilmente piangerà grosse lacrime.


Come dice Elena Angeli, parlando di gatti:


E’ solo un gatto. E’ una frase che ci siamo sentiti dire almeno una volta quando è morto un nostro amico a quattro zampe.

E’ una frase molto fastidiosa che genera un’istantanea antipatia nei confronti di chi la pronuncia. Di solito chi la proferisce non ha mai avuto gatti (…).

La parola incriminata è quel “solo”, che ti risuona dentro e ti fa sentire confusa, quasi in colpa perché stai soffrendo come una matta per “solo” un gatto e che ti fa setire improvvisamente una marziana.

(E. Angeli, “E’ solo un gatto”, Paper Project Edizioni, pp. 9-10)


La morte è una fine, anzi la fine per eccellenza. Ciò che c’era, non c’è più, chi c’era non c’è più. Resterà nei pensieri, nel ricordo, negli oggetti che usava, ma di fatto non c’è più. Se si tratta di una persona, mancheranno le sue parole, il suo corpo, i suoi gesti, come influenzava la nostra vita. E se si tratta di un animale, cosa mancherà?



Il transfert


Anche il legame con l’animale, come quello fra persone, ha a che fare con il transfert, ovvero con la proiezione di parti di noi. E’ un transfert un po’ particolare, che ha delle differenze rispetto a quello umano.


Frequentando il mondo dei volontari che si occupano delle adozioni di animali abbandonati, ho spesso riscontrato frasi come: “Preferisco gli animali agli esseri umani”, “Gli umani non sono paragonabili agli animali”, “Mi sento molto più a mio agio tra gli animali che tra le persone”, e simili. Mi è capitato di chiedere il perché, e le risposte sono state: “Gli umani sono cattivi”, “Gli animali non ti tradiscono”, “Le vere bestie sono gli esseri umani”, eccetera. Una volta la volontaria di un gattile mi disse che preferiva sgobbare 12 ore circondata da animali bisognosi piuttosto che trascorrere qualche minuto tra le persone. Non riuscii a fare a meno di pensare che la stessi scocciando.


Come dice la mia veterinaria, il rapporto con gli animali è più semplice perché loro non producono contraddittorio. Credo abbia ragione, è una differenza importante rispetto alle relazioni umane: il transfert per un animale è unilaterale. Noi proiettiamo sul nostro amico molte cose, ma non accade il contrario. Le nostre proiezioni, i nostri desideri, i nostri comportamenti non avranno alcuna influenza sull’animale, che darà la sua risposta comportamentale indipendentemente da noi.


Ciò che amo nei gatti e nel loro lavoro con me è che non sono “inquinabili” dalla specie umana. I gatti non stanno in braccio a una persona per farle piacere, non mangiano se non hanno fame, neppure come gesto di estrema cortesia, essi esprimono se stessi e il piacere o meno di restare nella relazione con l’uomo.

(E. Del Negro, “Attività rieducative e riabilitative”, Franco Angeli, p.44)


Al contrario, per esempio, le proiezioni e i desideri che rivolgiamo ai nostri figli o alle persone che amiamo, necessariamente, non possono che interferire con la loro vita, presente e futura. Essi in parte le assorbiranno, in parte le faranno proprie, in parte le rifiuteranno, in una complessa articolazione e in una soggettiva e originale dialettica tra sé e l’altro che tutti gli strizzacervelli conoscono come nevrosi. I figli non restano indifferenti alla cultura della famiglia, alle idee fantasmatiche che i genitori ne hanno, all’educazione, ai desideri, ai sogni. I figli sono, piuttosto, modellati. Nessun figlio è libero, e tutti i genitori sono stati figli, figli di figli, eccetera. Una costellazione di genitori-figli che interferisce nella vita dei figli, anzi tante costellazioni, una per ogni famiglia e per ogni storia. Idem per le persone che amiamo e da cui siamo amati.


L’altro umano obietta, soffre, compiace, pretende, ha aspettative. L’animale no, prende quello che arriva, chiede quello che gli serve, punto.


L’animale è lo schermo migliore possibile per le nostre proiezioni; si potrebbe dire che l’uomo è il miglior amico del cane, e anche del gatto. L’animale assorbe le proiezioni ma in modo diverso. Per la maggiore le assorbe senza ingerirle, le assorbe rimanendo vuoto, per certi versi le assorbe senza digerirle. Non ne avrebbe la struttura, i parametri, le categorie. L’animale non ha i significati, le parole, i concetti. Per la maggiore, non del tutto, resta libero dalle categorie umane di senso. Non del tutto, anche l’animale si umanizza, si addomestica, e per una certa misura si ammala di nevrosi. Ma per lo più è salvo, esiste, prende sostentamento, piacere, cibo, coperte, coccole, diventa il padrone di casa e dei cuori degli ospiti, ma rimane libero.


Non è però finita qui. C’è un’altra profonda differenza.


L’animale chiede poco. Certo, un po’ chiede anche lui, non mangia certe scatolette, fa casino nei momenti meno opportuni, distrugge l’albero di Natale, mangia le piante e rovina l’arredamento; ha indubbiamente bisogno di cure e attenzioni, per non parlare delle abominevoli spropositate spese veterinarie. Tuttavia il suo bisogno è diverso. In un certo senso, la misura del suo bisogno la decide il proprietario, ovvero a seconda di ciò che arriva dal padrone l’animale chiede. Lo fanno anche gli umani, obietterà qualche collega. Certo. Un bambino deprivato impara a non chiedere più nulla. Ma nella media delle famiglie la realtà è ben diversa: il senso della famiglia ha una misura della cura sicuramente sproporzionata rispetto a qualunque specie vivente. L’animale chiede oggettivamente poco, almeno per esempio rispetto ad un neonato urlante, o a una moglie insoddisfatta.

Lui sta, sta nel senso che sosta, nello spazio e nel tempo, senza infrangerli, senza sentirne il peso esistenziale. E’ lì, si fa ammirare, si fa amare, sembra esistere per noi.


Soprattutto il gatto:


La prima osservazione con la quale occorre cominciare è che il gatto non fa niente (…). Il non-far-niente del gatto è dunque concretamente un non-commettere alcuna azione (…). La rinuncia al fare non è tanto motivata dalla pigrizia, dall’effettiva non-volontà di fare, quanto piuttosto una scelta ponderata di impegnarsi soltanto se ne vale davvero a pena. Il non-agire del gatto si connota dunque come una scelta d’attesa.

Il gatto attente: ecco la strategia essenziale di relazione al tempo. Il tempo scorre, diviene, fa accadere eventi, determina situazioni. Il gatto aspetta. Osserva, guarda, considera, indugia (…). Il gatto non “fa” nulla, secondo quella che è l’accezione comune di questa espressione, perché fa già qualcosa: è in attesa. E quest’azione lo occupa a tal punto da riempire tutta la sua giornata (…). Il gatto, non agendo concretamente, è come se svuotasse il fluire del tempo, come se vi rinunciasse. L’unico suo interesse è concentrarsi su se stesso, scegliere cosa fare e quando farlo. Senza fretta, senza necessità esterne.

(S. Patriarca, “La filosofia del gatto”, Newton Edizioni, pp.98-100)


In questo tempo-non tempo il gatto ci offre il migliore degli schermi per il transfert. Lui è lì, disponibile, in fondo come uno psicoanalista, una base sicura dove mettere ciò che vogliamo senza il rischio di essere rifiutati.


L’animale chiede poco e… dà molto. A parte qualche eccezione, tipo la mia gatta che è una stronza, il bilancio tra il dare e l’avere è tendenzialmente in attivo, favorevole rispetto al dispendio energetico, direi vicino al cento-per-cento. Perché il nostro animale non solo ci dà moltissimo, ma soprattutto ci permette a nostra volta di dare ciò che ci fa piacere dare; perché lo sappiamo, dare spesso è molto meglio che ricevere.


Con gli umani non è quasi mai così, il bilancio, parlo sempre di bilancio energetico, è di solito in passivo, perché sia la gioia che la fatica hanno un costo più salato, perché anche la gioia costa fatica. Inoltre spesso fra umani riceviamo cose che non ci interessano e diamo cose che alla fine dei conti ci fanno stare male. Questo accade ordinariamente, non è una stranezza. La misura della generosità di una persona la si vede nel sacrificio, così caro alla nostra religione cattolica. Il sacrificio è sofferenza. Noi ci sacrifichiamo tanto per amore. Crediamo sia per avere e mantenere l’amore degli altri, in realtà credo sia più per mantenere l’amore che noi abbiamo per noi stessi, per continuare a vederci buoni e generosi. Come dice Jung: “Ogni incontro che fai è un incontro con te stesso; pochi sembrano accorgersi che gli altri sono loro”. Non si può negare che in piccola parte, o in taluni rari casi, il sacrificio sia davvero fatto per amore dell’altro; a volte accade, in quel caso abbiamo spostato il nostro bisogno sull’altro, in senso letterale, cioè abbiamo proiettato una parte di noi, transfert che è, come abbiamo detto, alla base dell’amore.


Ripeto, con gli animali è solitamente diverso. Il sacrificio è ridotto a poco, pochissimo. E anche in quei pochi casi in cui lo incontriamo, come per esempio nel portar fuori il cane quando ci sono zero gradi e tanta pioggia, in realtà la sensazione finale è quella di averlo fatto per noi, perché il cane è nostro, è veramente nostro, almeno nella nostra fantasia delirante di “padroni”. E’ un transfert diverso, più confusivo, per dirla in modo gestaltico, più confluente, ma di una confluenza che non fa danni, non quanti fra persone.


Al quattrozampe gli si persona tutto, come se i danni che combinasse fossero meno “dannati”. Scorrendo sui social, leggo continuamente di gatti che distruggono tutto, di cani che mangiano scarpe, di oggetti rotti, di notti insonni. Il tutto con un finale sempre divertito e pieno di perdono. Qualche giorno fa leggevo di un gatto che aveva lanciato per aria una serie di oggetti in ceramica di valore, e il commento della proprietaria terminava con: “Amore mio che devo fare? Tante coccole”. Negazione? Sicuramente, ma anche una disposizione d’animo rassegnata e tutto sommato serena, di fronte ai disastri, come se i danni avessero poco valore. Io stessa ci passo continuamente, come quella volta che il mio gatto ha rotto un vaso di gran valore; è finita che l’ho riincollato e ci ho scherzato su. E’ come se i nostri terribili amici ci ponessero davanti al fatto che siamo noi a decidere il valore delle cose, non hanno valore in sé, e la loro buffa goffaggine (o stronzaggine? chissà…) diventasse la cifra del valore del mondo. Anche lì probabilmente proiettiamo la nostra strafottenza, che al contrario difficilmente possiamo accettare in un figlio. Un figlio che rompe un vaso costoso credo se la passi peggio, a meno che non abbia 2 mesi, e lì forse valgono in parte (non completamente) le regole per i quattrozampe.


Inoltre, anzi soprattutto, c’è la questione dell’innocenza, non solo della strafottenza. Sul terribile scellerato proiettiamo il nostro sé innocente, che non può essere incriminato, che ha diritto al perdono, che non è mai in malafede. Gli animali sono sempre innocenti. Anche se ammazzano uccellini, lucertole e topi non per cibarsene, ma per gioco, con torture inguardabili, sono innocenti. “E’ la natura”, mi sento dire. I poveri umani, invece, che tutto sommato hanno la cultura che in alcuni casi addolcisce il sadismo, sarebbero dei “bastardi pieni di cattiveria”. Interessante contraddizione. L’animale è sempre innocente, come il nostro vero sé. Non è processabile, è sempre perdonato, come attraverso una legge divina che salva le anime “naturali”.


E’ buffo dire che l’animale costa poco anche quando distrugge oggetti preziosi. E’ proprio questo il punto: lui ha il potere di togliere valore alle cose, alle cose che rompe.


In più, e non è poco, per lui non si pone la questione etica dell’educazione. Una volta scherzavamo con il mio compagno e gli dicevo che lui viziava i suoi figli. Lui mi rispose: “Eh… guarda tu cosa fai con i gatti!”. Come dargli torto. E aggiunsi: “Sì, certo, ma al massimo rovino un gatto…”. Il tono era scherzoso, però mi fece riflettere. Pensai a tutte le madri e i padri che davvero “viziano” i figli e non riescono ad essere autorevoli, guide. Ai genitori che chiedono affetto ai figli, piuttosto che darlo. Che fanno decidere i figli, a volte anche su questioni che riguardano gli adulti, anziché accompagnarli nella vita ad essere responsabili piano piano, con i loro tempi. E dove li mettiamo i figli adulti che viziano i genitori? E gli amici che viziano gli amici? Eccetera eccetera, con tutta l’ambiguità del termine “viziare”. Il prezzo della relazione umana è l’impossibilità di una vera armonia tra il dare e l’avere, tra il chiedere e il concedere, in una gamma complessa di sfumature dove troviamo la compiacenza, l’estorsione, la manipolazione, il senso di colpa, la pretesa, le aspettative, e così via.


L’altro umano è quindi costoso, tanto costoso, perché è altro da noi, è uno specchio che solo in parte riflette la nostra immagine, perché dall’altra ce la rimanda trasformata, incasinata, piena di domande. E’ uno specchio dove il nostro narcisismo vorrebbe trovare il meglio del meglio, e a volte la restituzione non è quella sperata. E’ un transfert quasi sempre, se non sempre, mancante, carente, pericoloso, doloroso.


Un animale, invece, è principalmente uno specchio accogliente. Uno specchio senza troppo narcisismo di mezzo. Già, perché in un animale non proiettiamo solo le parti migliori di noi, anzi. Ci mettiamo dentro la nostra vulnerabilità, il nostro mondo nascosto e pieno di vergogna. L’animale è il cassetto sicuro per la poca stima che abbiamo di noi, per il bisogno di essere amati per quello che siamo accompagnato dalla certezza che questo non avverrà mai, il desiderio di amare qualcuno che non ci colpirà alle spalle e non si annoierà del nostro sentimento. L’animale è il tesoro di casa, nel senso proprio del tesoro, quello dei pirati, dentro lo scrigno. Un cofanetto pieno di gioielli e diamanti, che sono le nostre schegge di “vero sé”, per usare un’espressione di Winnicott che conosciamo tutti; pezzetti di noi che noi stessi non indossiamo mai, non conosciamo nemmeno a dire il vero, e che tuttavia sappiamo esistere, in qualche parte, in qualche modo. Ecco cosa mettiamo dentro un animale.


E’ una gioia intima, quasi privata, quella che si prova con un animale. E’ segreta perché è imbarazzante, fatta di vocine idiote e di frasi sdolcinate che a sentirle da fuori viene da ridere. Eppure le vocine, le parole, le frasi dette al nostro animale diventano così reali, per noi, le uniche possibili. Anche i nomignoli più assurdi, bambino, bambolottino, trottino, lardorello, pallottolino, ciccione, ciccino, ciccetto, sembrano assumere in sé tutta la dolcezza di questa Terra. Sono anch’esse parti di noi, che assumono le forme più disparate, che si declinano in mille stupidaggini, espressioni di un mondo fantasmatico ed emotivo che altrimenti resterebbe sommerso nell’oblio e nella vergogna. Ma ecco, ecco che di fronte ad un amico peloso e puzzone tutto diventa possibile, noi diventiamo possibili anche in questa versione completamente indecente, e… dov’è il bello? Il bello è che l’animale non si scompone, ci rimanda ciò che vogliamo, divertimento, tenerezza, riconoscimento. E in più non si stranisce, non si incazza, non si turba, non si ammala di troppe cure (come fanno gli umani, bambini fino alla laurea), non si trasforma. Non si “infetta” con la nostra fallibilità, che tanto noi temiamo come se fosse radioattiva. Così, questo esserino sacro, ci permette di contattare la parte di noi più imbarazzante e con essa divertirci, amare e sognare.


L’animale è, quindi, una parte di noi. Lo è davvero, almeno dalla parte dell’umano (non credo che gli animali introiettino parti di noi trasferiscano su di noi parti di sé, e comunque se lo fanno lo faranno a modo loro, non nostro). E’ una parte di noi senza riserve, mentre c’è sempre una qualche riserva fra due umani, nel senso che la proiezione ha un limite, quello della soggettività: l’altro è pur sempre se stesso, ha una sua vita autonoma, è anch’egli un soggetto pensante per i fatti suoi, con i suoi significati e le sue credenze. L’animale non pensa, non ha credenze. Lui vive. Vive intorno a noi, vicino a noi, diventa prevedibile, conoscibile. E’ familiare, accogliente, amorevole. Raccoglie le nostre proiezioni e ce le rimanda senza mai lamentarsi, senza chiedere di essere compreso, senza rimproverarci di non essergli abbastanza vicini, di non capire le sue esigenze psicologiche, di non amarlo abbastanza. E anche se dovesse farlo, come accade con certi cani, siamo noi a dare significato alla sua richiesta, non lui. Non è lui a darci i suoi significati, il suo senso della vita, i suoi valori. Siamo noi, unilateralmente, ad imprimere le sue richieste con il nostro senso della vita.


Nell’animale deponiamo un pezzo della nostra verità, per vederlo meglio e integrarlo alla nostra identità. L’identità, cioè, si arricchisce e diventa più capace, più ampia, abbracciando un aspetto che altrimenti lasceremmo ai margini, anzi fuori dei margini, del senso di noi. Depositandolo sull’animale, lo teniamo al sicuro. Da un lato perché possiamo prendercene cura in prima persona, una cura amorevole e senza riserve, appunto. Dall’altro, perché l’animale non ci deluderà: da lui non ci attendiamo nulla, lo accettiamo così com’è, non gli rinfacceremo mai le cure, l’amore, l’attenzione, i soldi spesi, il tempo, perché tutto sommato è tutto speso per noi stessi. L’animale non ci deluderà perché non abbiamo aspettative, non abbiamo richieste cosa impossibile fra umani, fra soggetti. Non vogliamo cambiarlo, lo amiamo per quello che è, come vorremmo tanto essere amati noi per quello che siamo. Qualcuno ha visto mai un rapporto fra persone dove non vi fosse una qualunque forma di aspettativa? Dove la minaccia di delusione o tradimento non fosse sempre in agguato? Dove non ci fosse il desiderio di cambiare l’altro a favore del proprio desiderio? Io mai, e se esiste qualche illuminato, io non lo conosco.



Il tradimento


Eppure, nonostante tutto, anche un animale può tradirci, e tendenzialmente lo fa in un caso preciso: quando muore.

La morte fa schifo sempre, e non possiamo prendercela neanche con qualcuno perché è naturale. Come abbiamo detto, nel caso degli animali è ancora più naturale, se si può dire una frase così sconclusionata.

Tuttavia è inaccettabile.


Tanti discorsi per dire che l’animale è così fantastico da accogliere tutte le nostre parti più imbarazzanti, e poi, però, muore. Eh sì, accade necessariamente. E’ giusto che muoia prima lui, a meno che non lo prendiamo a novant’anni. Muore perché è una vita, non è davvero uno scrigno di gioielli, e purtroppo la vita finisce. In natura la vita finisce senza farsi troppi problemi e le cose nascono muoiono rinascono senza che ci siano umani a dare significati trascendenti ed esagerati. Nel mondo umano però non è così, magari lo fosse. Lo sappiamo bene tutti, la morte è la questione più angosciante che ci sia, più di tutto, più della vita (ed è tanto da dire, per uno strizzacervelli).


Il nostro amico è lì, imperturbabile, sicuro, garante di un amore senza rischi, ed ecco che ad un certo punto ci tradisce. Non importa che sia stato con noi un anno o vent’anni; la morte non era mai contemplata. Ma come, noi ci lasciamo andare, ci abbandoniamo alle parti di noi più sfavorite, ci fidiamo così tanto da guardarci in uno specchio di verità pericolosa, e lui che fa? Muore. Se ne va, va via, portando con sé la chiave di tutte le ricchezze affidategli. Questo è un tradimento.


Di fronte a lui siamo così, inermi, senza alcuna difesa, senza armature né stati di allerta. Siamo fiduciosi, certi che (a parte la mia gatta stronza) non ci arriverà uno schiaffo, una delusione, un qualcosa di terribile da cui ripararci. Il nostro animale non ci farà alcun brutto scherzo, perché lui è lì, saggio raccoglitore dei nostri desideri, imperturbabile di fronte alle nostre perturbazioni.


Vivere con un gatto è come spingere più in là i termini del proprio sentire, scoprendo di volta in volta qualcosa in più, avvicinandosi a quel sentire totale che solo la completa prossimità alla natura regala e che il piccolo felino lascia sempre la sensazione di possedere.

(S. Patriarca, “La filosofia del gatto”, Newton edizioni, p-227)


Certo, il gatto ci avvicina alla natura, ma quando arriva il tempo che la natura se lo riprenda finisce improvvisamente tutta la poesia.

La morte si riprende tutto, l’abbandono, la libertà, l’illusione di eternità.


Una volta parlavo con la mia vicina di casa, che aveva una gatta molto bella e affettuosa, Michelle. Mi spiegava la sua storia, raccontandomi di come era arrivata a casa sua. Mentre scendeva nei dettagli della sua infinita affettuosità pensavo alla mia, di gatta, quasi completamente anaffettiva e immaginavo come fosse bello avere una gatta che ti sta addosso continuamente. Ciononostante, beninteso, la mia gatta resta la più bella del mondo. Ad un certo punto disse: “Sì ma proprio non mi va giù la morte della mia gatta precedente. Era meravigliosa, la più amata in assoluto, non posso accettare che sia morta”. Il tono era abbastanza infastidito, per cui pensai ad una morte ingiusta e prematura. “A che età è morta?”, le chiesi. E lei; “Aveva 19 anni”.

Diciannove anni. Per un gatto è un’infinità. Il mio primo gatto era morto a soli sette anni per una malattia al cuore. Questo racconto mi è rimasto impresso tant’è che sono qui a parlarne. Nonostante la vicina, simpaticissima vicina, avesse una gatta adorabile, ancora pensava senza rassegnazione alla sua gatta morta di vecchiaia. Eppure ero certa che amasse anche la bella Michelle, tanto che aveva il terrore di perderla (poi, in realtà, è mancata prima la simpatica vicina). La curava con dedizione, le dedicava molto tempo. Ma la gatta diciannovenne restava per lei morta ingiustamente.


Ripenso ancora alle parole: “Non mi va giù”. Cos’è che non andava giù? Cosa, se non che la gatta, andandosene, si era portata via una parte di lei? Come se se ne fosse appropriata in vita e morendo l’avesse trascinata con sé, lasciandola senza.


Quel momento di trapasso è il momento della resa dei conti, quando ci troviamo di fronte alla caducità del nostro desiderio di eternità, di fiducia senza rischi. Il rischio c’è, ed è la morte, di fronte alla quale non possiamo che arrenderci, accettare che non c’è niente, in questa vita, senza rischi.



Dunque che fare?


Le strade possibili sembrano due, come è ovvio. Evitare qualunque altro animale per evitare un altro dolore, oppure rilanciarsi in un altro atto di fiducia e far entrare un altro amico nella propria vita. Nessuna delle due scelte ci protegge dai pericoli dell’amore, che in ogni caso nella vita sono sempre in agguato.


La perdita dell’oggetto d’amore diventa un’ottima occasione per far valere e mettere in rilievo l’ambivalenza insita nella relazione amorosa.

(S. Freud, “Lutto e malinconia”, in Opere, vol. 8, Bollate Boringhieri Edizioni)


Un’ambivalenza che finora, per il nostro animale, avevamo taciuto. Sembrava non esserci, come abbiamo detto, grazie a questa percezione di essere sempre in “attivo”. Ed ecco che invece si manifesta tutta d’un botto, in una volta sola, grossa quanto una bomba, molto più grande di quanto potessimo aspettarci. E’ questo il tradimento, l’emergenza di una ambivalenza che avevamo in gran parte messo a tacere, relegato nelle cantine, taciuto. Eravamo senza difese, sguarniti, senza armi particolari, che invece abbiamo sempre e abbondanti di fronte ad una persona amata. Ed ecco ciò che probabilmente accadrà: non ci sentiremo in colpa. O meglio, per essere precisi, ed è importante sottolinearlo, non ci sentiremo in colpa rispetto ai sentimenti, al fatto di averne messi in gioco abbastanza, perché per il resto è del tutto impossibile non sentirsi in colpa per qualcosa, tipo, per esempio, avrei potuto curarlo meglio, nutrirlo meglio, farlo visitare prima, eccetera: chiunque abbia avuto un animale deceduto sa bene quanto senso di colpa ci pervade rispetto a ciò che avremmo potuto fare per evitarlo e che non abbiamo fatto. Ma non sentiremo invece la colpa di non averlo amato abbastanza, perché sarebbe falso, almeno nella maggioranza dei casi. Di quello siamo certi, è come una verità che esiste al di là di qualsiasi dolore. Al contrario, questo sentimento di colpa tra umani è piuttosto frequente, il terrore di perdere chi amiamo dopo una litigata, la sensazione di sporcizia dopo una scappatella, il fatto che ci inventiamo le peggiori bugie pur di ritagliarci del tempo per noi senza che l’altro ci invada con le sue richieste affettive. E quando una persona amata muore, tutti questi buchi ci perseguitano, come fucili, ci tolgono il sonno, ci fanno sentire sbagliati e cattivi: “Non ho dato abbastanza”, “Avevo brutti pensieri”, “Mi son fatto tanto i fatti miei”, “Non l’accontentavo”. Ciò che ci perseguita è proprio l‘ambivalenza, il fatto che l’amore e l’odio sono spesso confusi, e la rabbia ci fa provare e dire cose che sono molto più vicine all’odio che all’amore. Se penso alle brutte parole che ho gridato a mia madre a vent’anni mi sento morire.


Con un animale no, questo non accade, perché sappiamo di averlo amato al massimo che potevamo. Sappiamo, o meglio crediamo con certezza, che l’amore per lui era senza riserve e sempre puro, senza retropensieri né ambivalenze. E così, quando muore, non ci sentiamo mancanti, anzi la colpa sarà la sua, del nostro amato quattrozampe, perché è morto. Ci ha lasciato, abbandonato.


In realtà non c’è molto di diverso tra umani e animali. I sentimenti provati sono per entrambi ambivalenti e al momento della morte di certo l’ambivalenza non scompare. Per entrambi c’è amore e odio in vita, e per entrambi c’è senso di colpa e senso di accusa con la morte. La differenza sta in ciò che è consapevole, o meglio nella misura di ciò che sappiamo dei nostri sentimenti.

Nei confronti di una persona, in vita, abbiamo più chiara l’ambivalenza e ce ne difendiamo, mentre per un animale è più nascosta. Con lui è più facile lasciarsi andare al sentimento, è come se fosse meno rischioso, e di fatto lo è, salvo che anche l’animale, come tutto, è mortale. E questo, da qualche parte dentro di noi, lo sappiamo quando la sua presenza ci allieta le giornate, e (sempre da qualche parte dentro di noi) lo rifiutiamo, con rancore, quando ci abbandona. Almeno questo è ciò che io credo.


Rispetto alla morte, è più frequente che per una persona ci sovrasti ciò che in vita abbiamo temuto, cioè il desiderio di fusione, di abbandono totale, in un momento in cui ormai è tardi. Vorremmo finalmente abbandonarci al sentimento senza difese, come il lancio dal precipizio che abbiamo sempre sognato di fare insieme ma che abbiamo sempre temuto. Vorremmo dire a quella persona che l’amiamo senza riserve e senza limiti, perché non glielo abbiamo mai detto, ma ormai è morta o sta per morire. L’animale, invece, ha già avuto tutto ciò che potevamo dare, e ciò che resta è solo un vuoto, in cui la nostra resa diventa estremamente dolorosa e pericolosa, in cui realizziamo che non siamo abbastanza difesi per questa sofferenza.


Quindi resta la domanda, che fare?


Credo che gli animali possano ancora aiutarci, anche dopo la morte. Credo ci possano insegnare qualcosa al di là delle proiezioni, per una volta cioè possano darci qualcosa che non riguardi il transfert. Ci possono insegnare che… si muore. Loro meglio di chiunque. Finché sono stati in vita hanno avuto la “pazienza” di sopportare il nostro ingombrante maternage, o se vogliamo, per citare ancora la mia veterinaria, ne hanno approfittato, lasciandoci fare e godendo dei benefici. Sono stati presenti, si sono lasciati addomesticare, e soprattutto sono stati schermo della nostra verità segreta. Quando però arriva la morte, dobbiamo lasciarli andare, perché per loro la morte è naturale. Dovremmo (condizionale, perché voglio proprio vedere chi ci riuscirà) interrompere il nostro orientamento antropomorfizzante, almeno in parte, e lasciare che per una volta ci insegnino loro qualcosa: che morire non solo è naturale, ma è anche una forma di libertà. Quando sono troppo anziani, o troppo sofferenti, o troppo stanchi, penso che abbiano il diritto di andarsene senza il carico ontologico dei significati umani sulla morte. Ovviamente non parlo degli animali in carne e ossa, loro sono liberi per natura, a loro le nostre proiezioni non arrivano, o almeno chissà che cosa arriva. Parlo dei nostri amici interni, ciò che sono dentro di noi, è a loro che dobbiamo lasciare il diritto di morire; cioè, in altre parole, è a noi che dobbiamo dare il diritto di accettare la morte, al di là del possesso, al di là del tradimento. Solo accettando la morte possiamo accogliere i nostri amici nelle nostre case e nelle nostre vite con la consapevolezza che neanche loro ci appartengono, come niente del resto, e che anche loro possono darci qualcosa che non sia soltanto una parte di noi, reciprocamente.


Ma cosa vuol dire lasciare andare? Cosa ci viene in mente, a noi umani, personalmente, riguardo alla nostra vita, quando pensiamo a lasciare andare una persona amata senza credere che il mondo sia finito? A parte l’idealizzazione di certe culture orientali, e le frasi fatte dette agli e dagli amici, quando poi ci troviamo di fronte al cadavere di nostra madre, nostro padre o chiunque amiamo intensamente, oltre al dolore lacerante che ci pervade, sentiamo anche che sia giusto tutto quel dolore, e ci sentiamo in colpa se non lo proviamo; è un dolore, diciamo, giusto, che anzi deve durare nel tempo, che coltiviamo perché in un certo senso non sbiadisca, a riprova dell’amore che abbiamo provato, perché se dovesse scomparire saremmo obbligati a chiederci: “Ma ciò che ho provato, era vero?”. Certo che lo era, ma la vita continua, deve continuare. Sarebbe bello fare una festa, ai funerali, come d’altronde accade in certe culture, per festeggiare il tempo bello trascorso con quella persona, piuttosto che il dramma della fine.


Di fronte alla morte, di chiunque, umani e animali, siamo ossessionati dalle immagini di ciò che non si è vissuto con loro, del tempo passato e futuro nel quale fare cose insieme, vivere esperienze. In modo diverso: con le persone ci saranno le cose non dette e le promesse non mantenute, i viaggi da fare, le passeggiate, i progetti; per gli animali le giornate senza di loro, le abitudini, il tempo trascorso a lavorare o fuori casa piuttosto che con loro. Tutto questo rischia di sbiadire la bellezza del tempo vissuto, a favore di ciò che mancherà.


Chissà che magari, imparando a lasciare andare i nostri amici, non impariamo anche a lasciare andare i nostri cari umani. A me francamente sembra impossibile, ma se ho fatto entrare le bestiole nella mia vita, forse un motivo c’è.