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Milano città frenetica | Stampa |  E-mail

Camminando per le strade di Roma, almeno fino a qualche anno fa, da mezzogiorno alle due si sente parlare la gente, vicina ai bar, di tortellini e rigatoni, della Roma e della Lazio. A Milano, di clienti. Clienti. Clienti. Clienti. Badget. Programmi. Clienti.

Forse a Milano i milanesi non mangiano? Oppure digeriscono meglio continuando a lavorare durante il pranzo? O forse non hanno il tempo di staccare per l'esubero di impegni? O cosa?
Città veloce, troppo. Dal ritmo incalzante inesorabile inclemente. Dove i passi della gente sono nervosi, agitati. Dove il tempo sembra non bastare mai, ogni attimo viene suddviso e organizzato in sottoinsiemi da ottimizzare; esattamente come le case, dagli spazi minimi utilizzati in modo pedante.

Perché questa corsa? dove dobbiamo arrivare?
Da nessuna parte, in ufficio al mattino, a casa la sera. Ma devo correre, perché ogni minuto è prezioso, soprattutto un minuto trascorso con i miei figli, o con il mio partner. Devo rubarlo alla follia di questa bocca metropolitana che fagocita la mia vita, la mia esistenza, il mio respiro.

E' questo il ritmo che vogliamo? il ritmo che abbiamo dentro, quello del nostro battito vitale?
Forse pretendiamo di accelerare troppo la nostra vita, di velocizzare qualsiasi cosa, per cui oggi che raggiungo i cento chilometri all'ora, domani posso farne centoventi. Tutto deve esser sempre pronto per ieri, siamo in ritardo, non c'è tempo. La tecnologia straborda di novità e noi dobbiamo aggiornarci, per non restare indietro. Chi resta indietro è uno sfigato, un relitto sociale, un cretino. Il computer va sempre più veloce e anche io devo andare più veloce: il mio pensiero deve esser lesto, immediato. Devo già conoscere a priori ciò che sto per pensare, per organizzare l'azione che ne conseguirà. I tempi morti delle funzioni vitali come respirare, risposarsi, rilassarsi, sono ottimi investimenti per edificare atività utili. Nessuno spreco, nessuna zona infertile.

 





E infine, la follia.
Il delirio, l'infelicità. il sentrsi senza senso.

In una bella città come Milano, poi, con il suo sapore un po' contadino un po' alto borghese, dove ogni angolo è lì per offrirci deliziose passeggiate, pomeriggi divertenti, serate imprevedibili, parchi per contemplare, arte per godere, eccetera eccetera.


La velocità logora l'esistenza, come la ruggine il ferro. Se solo smettessimo di correre, capiremmo che non v'è alcun bisogno di farlo. La velocità genera prodotti da smaltire velocemente.
Sarebbe bello arrestarci un attimo, e accorgercici del bel sole che batte sugli alberi del piccolo giardino fuori della finestra. Il tempo per un tè caldo, una pausa di qualche secondo per accorgersi di esser vivi, presenti in questo mondo colorato che ci offre in ogni istante l'occasione per godercelo.

Sarebbe bello non guardare sempre avanti, chiusi nella nostra automobile a divorare con gli occhi la strada imprecando contro il tempo perso nel traffico.
Provare a respirare: vivi, in questa vita che se ne va mentre noi contiamo il badget per la nostra impiccagione.

Eppure non è così semplice, non basta un'ingiunzione né un'esortazione. E' difficile maneggiare il tempo senza il panico che ci sfugga dalle mani, che si esaurisca col soffio di una dormita sul divano. E' un gran lavoro con se stessi scoprire che la vita è anche nell'attesa, nell'ozio, nel fare nulla. Che c'è dignità anche nel ritornare a casa camminando lentamente, godendo dei momenti di tutta la giornata, che siamo utili (di certo a noi stessi) anche quando indugiamo in una panchina a guardare le persone che passano, anche se a casa ci aspettano tre lavatrici, la cena da preparare o un libro da scrivere.

 

Proviamo ad ascoltare il ritmo di questa dolce città nascosto dentro le case di corte o il fluire lento delle acque nei navigli, a sentire le storie raccontate dalle grandi pietre che formano le strade antiche e certi palazzi, immobili da secoli e comprensivi, tutto sommato, di questa umanità terrorizzata dal tempo che scorre.

Un sorriso, un pianto, un minuto in poltrona.
A volte per vivere basta poco.