Basic Joomla Menu

La morte di una parsona cara PDF Stampa E-mail







La morte arriva. Per tutti, implacabile. Arriva per chi se ne va, e arriva per chi resta, a piangere l'addio di chi si è amato.
Il respiro che si ferma segna il passaggio: improvvisamente, tutto cessa, l'anima va via, il corpo diventa carne, e la persona scompare. Chi abbiamo amato, chi abbiamo preso a riferimento, protetto, curato, colui col quale abbiamo parlato, vissuto, riso, pianto, in un istante sparisce. E non tornerà mai più.

Ognuno vive la dipartita dalla vita a modo suo. Chi crede nel paradiso, chi nella reincarnazione in altre forme di vita. Chi si accontenta di immaginare il corpo trasformarsi in energia che ritorna al mondo. Chi invece non accetta, e resta con l'immagine della persona amata incancelabile nella quotidianità, come se fosse viva.
Alcune culture vivono la morte come una festa, un passaggio che permette di dare senso alla vita e che consente la trasformazione della materia, del mondo.

Ognuno è solo, con quell'istante inclemente. Ognuno lo accoglie dentro di sé nel suo modo, che diventa l'unico possibile.

Il dolore va vissuto, attraversato. Nella disperazione bisogna rimanerci, viverla completamente. La sofferenza è vita, e il distacco rappresenta le cose che cambiano, inesorabilmente. E quando cambiano, è per sempre.
Resta il ricordo, trasformato da tempo, addolcito dall'amore e dalla malinconia, che diventa carne, respiro. Indossiamo nella nostra vita quotidiana le infinite declinazioni del nostro sentimento, che si ripropone attraverso ciò che la persona amata ci ha lasciato, insegnato, ciò che abbiamo imitato, e anche ricucito a nostra misura.