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Disturbi alimentari PDF Stampa E-mail



Il cibo è energia vitale, materia che dentro il nostro corpo diventa carburante. E' anche piacere, come qualsiasi soddisfzione di un bisogno. L'equilibrio tra il picerere e la sopravvivenza è il gioco della natura, che si è divertita a collegarli. Ciò che fa sopravvivere me e la specie, mi dà piacere: mangiare, bere, dormire, far l'amore. Di norma, il piacere passa dopo la soddisfazione del bisogno: dopo l'orgasmo, ho desiderio di smettere di far sesso, se sono sazio, non ho voglia di continuare a mangiare, se ho dormito abbastanza, ho voglia di alzarmi, eccetera. Il normale ciclo del piacere/bisogno ha un inizio e una fine, fine che poi ri-diventa inizio e così via. In pratica, una persona dovrebbe avvertire l'appetito, cercare il cibo, consumerlo, saziarsi, digerire, e prima o poi aver nuovamente appetito.

Purtroppo, non è sempre così. Alcuni bisogni fondamentali sono soggetti a squilibrarsi, rompendo il naturale ciclo di soddisfazione e prendendo per la persona altri significati. Qui,specificatamente, parliamo dell'alimentazione.
Cosa accade quando il ciboacquista un nuovo senso, e diventa "altro" rispetto ad una piacevole fonte energetica?

Si parla di Disturbi del Comportamento Alimentare, quando il rapporto col cibo si altera e non è più funzionale alla sopravvivenza. Solitamente è accompagnato da una alterata percezione corporea, o da un complesso atteggiamento di rifiuto della propria realtà fisica.
Ciò che è compromesso è la possibilità di approcciarsi all'alimentazione in modo più o meno "normale", di vivere il momento del pasto come un momento legato alla quotidianità e all'ovvietà.Il cibo diventa simulacro di significati abnormi, al pasto un rituale ossessivo da controllare, o al contrario da vivere come una perdita totale dell'autocontrollo. Il senso di colpa si sostituisce al piacere; il corpo viene vissuto come un nemico, così come il cibo. L'insieme di "corpo e cibo" è un pericolo terribile, che nell'anoressia è da evitare, nella bulimia da subire.

La persona non si sente accettabile, portatrice di un corpo pieno di colpa e di concretezza insopportabile. La materia del corpoè fonte di sofferenza, il grasso è vissuto come la tomba del valore di sé. La persona non sente autostima e non sente amore per se stessa; gli altri sono amabili in un corpo amabile, io sono un mostro inavvicinabile, il mio grasso mi rende orribile.

Di fatto, sul "grasso" la persona proietta le sue insicurezze ontologiche, la sua primitiva sensazione di "non essere amabile". Il cibo-nemico assume i significati tangibili di un dolore intangibile, che appartiene al passato remoto, ad un'infanzia dove la persona non ha vissuto il valore di sè, non ha costruito l'autostima necessaria allo sviluppo.

La quotidianità diventa invivibile, carica di pensieri ossessivi che ruotano intorno al cibo. Anche le attività sociali ed affettive sono compromesse. Il dolore lacerante inconsapevole, che la persona ha dentro,assume la forma di un controllo/discontrollo su ogni cosa entri dentro di sé, sulle calorie, sul peso corporeo.
Spesso, come nel caso dell'anoressia, tutto questo porta all'autodistruzione anche grave, fino alla morte. Forse perché la morte è meno dolorosa del vivere con il dolore?


La persona che ha un rapporto squilibrato col cibo non va giudicata, ma aiutata, compresa, accompagnata a capire che cosa le ha reso la vita così appesantita dalla sofferenza. Cosa cerca nel cibo? a cosa le serve l'autodistruzione? quali significati sproporzionati e inadeguati ha attribuito al suo corpo? perché c'è tanto dolore?

Chi soffre non ha colpa, benché si senta in colpa, aiutiamolo ad aiutarsi, a trovare altre vie di vita. Il sintomo lo ha aiutato a sopravvivere, a tirare avanti, a continuare a vivere nonstante tutto. Il sintomo non nasce a caso: è il modo migliore che la persona ha trovato per non morire, per non impazzire. Ma possiamo far qualcosa per questa persona, aiutarla a vedere altre possibilità, altri modi per vivere e non sopravvivere. La persona stessa può fare tanto per sé: darsi un'altra occasione, non per essere migliore, non per guarire, ma per conoscersi meglio, per vedersi dentro.

Se stai male, se passi la giornata a contare le unità di calorie che ingerisci, oa mangiare in modo continuo e sproporzionato, o a vomitare, o se comunque senti che il rapporto con l'alimentazione ti toglie troppe energie, non restare solo. Lo psicoterapeuta non cercherà di farti mangiare con la forza, e non ti ossessionerà sui chili che perdi o acquisti. Lui è interessato a te, al tuo dolore. Sa cosa fare per darti una mano, e allo stesso tempo saprà ascoltarti, rispettare i tuoi tempi e le tue paure. Puoi fidarti, lasciarti andare. Non può succederti niente che nonvuoi. Cerca aiuto.